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Archive for the ‘Contemplaciones 2020’ Category

“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi (…) io non credo” (cfr. Gv 20, 25).

Sono Tommaso.

Già altri mi hanno dato voce. In un bel testo di Martin Descalzo – Siempre es viernes santo (1963) – mi sono definito «l’uomo che si dimenticava di credere». Mi spaventava che, col passare del tempo, dopo la partenza del Signore, pensavo sempre meno a Lui; finché una notte mi sono reso conto che era passata un’intera giornata senza aver ricordato Gesù almeno per un istante, occupato come ero a pensare alle cose del giorno…

Oggi vorrei parlare dei segni che mi hanno aiutato a credere.

I segni! È tutta una questione di segni (una questione di linguaggio, come dite voi). C’è sempre qualcosa che fa la differenza, un dettaglio che per qualcuno diventa il segno di qualcos’altro…

Per me i segni erano le piaghe. Non so per gli altri. E il Signore ha approfittato del mio caso per lasciare una lezione che si addice a tutti: «Beati quelli che non hanno visto, e hanno creduto» (Gv 20,29).

Poiché ho riflettuto molto su questa misteriosa frase del Signore, vorrei condividerla con voi, nel caso in cui qualcuno trovi utile la mia esperienza. Perché è di questo che si tratta: del valore di ciò che si vive. Ossia, se si deve prima sperimentare per credere. O è il contrario?

Qualcuno ha pensato che il Signore lodi coloro che hanno una fede senza segni, una «fede pura»? Non credo sia giusto pensarla in questo modo. È vero che il Maestro rimproverava sempre un po’ le richieste di segni: «Se non vedete segni e miracoli, voi non crederete» (Gv 4,48). Ma rimproverava i farisei.


Agli umili il Signore faceva i miracoli che gli chiedevano. E se li ammoniva un po’, era per incoraggiarli ad avere più fede. Chi meglio di Gesù ha capito il nostro bisogno di segni? Non è Lui «l’immagine visibile del Dio invisibile»? (Col 1,15). Il Verbo che si è fatto carne per poterlo vedere e toccare?

Credo che la questione stia nel tipo di segni e nel modo in cui vengono richiesti. Cerchiamo segni straordinari… E il Signore ci ha riempito di segni quotidiani del suo amore.

In questo senso, vi dico che non sbagliavo a cercare un segno nelle sue piaghe. Era infatti il segno che il Signore aveva mostrato: le ferite luminose delle sue mani, dei suoi piedi e del suo costato. Il problema con me era un altro. Come dire… il problema stava nel fatto che ero «sfasato», non ero al passo con la comunità.Era una questione di tempi. Quando il Signore ha mostrato le sue ferite, quando è tornato dallo Sheol e ha soffiato su di essi lo Spirito che perdona i peccati, quando ha dato loro la pace… io non ero con la comunità. E siccome i segni cambiano – come cambia il modo di dire le stesse cose quasi quotidianamente – il problema era che chiedevo di vedere segni che erano già nel passato. Non solo perché il Signore li aveva già mostrati, ma, ancora più profondamente, credo, perché mi muovevo nel raggio della mia percezione individuale, mentre il Signore aveva riunito i miei fratelli in un unico gregge, e loro si erano già mossi nel regno dei segni comuni. Non erano più un gruppo, erano l’Assemblea, la Chiesa, come dite voi, dove l’esperienza di fede e di carità è «comunitaria».

A ben vedere, il mio linguaggio era «io», «il mio dito», «i miei occhi», «la mia mano». Invece, il linguaggio dei miei fratelli era già: «Abbiamo visto il Signore». (Gv 20,25).

Perdonatemi se insisto, ma essendo stato il primo cristiano diffidente, sento che quello che ho sperimentato può aiutarvi, dato che il vostro tempo è piuttosto diffidente in materia di fede. Vediamo se riesco a esprimerlo bene, perché è importante credere «senza vedere», credere «al di là di ciò che si può sperimentare psicologicamente», «credere vedendo con gli occhi degli altri testimoni», «credere in comunità».


Così importante che è una delle due beatitudini che Giovanni pone. La prima beatitudine benedice l’azione, la pratica. Il Maestro lo pronunciò dopo averci lavato i piedi: «Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica» (Gv 13,17). Il servizio è un segno dell’amore di Gesù. L’altra beatitudine è la mia (o meglio quella che mi è stata comunicata in forma di rimprovero perché gli altri la ricevessero come benedizione): «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». È la beatitudine che benedice la fede. Benedice un modo di interpretare i segni con fede, come segni dell’amore di Gesù. E siccome tutta la nostra vita è fatta di segni da interpretare, chi impara a leggerli bene sarà molto felice, come Maria.

Chi non lo fa, vivrà quello che ho vissuto io quella terribile settimana: fuori controllo, rivendicando ciò che mi era già stato dato, cieco davanti alla luce, assetato accanto alla fontana dell’acqua viva, solo e isolato in mezzo alla comunità dei beati… Senza mai finire di capire che il Signore mi aveva già detto tutto; cioè, che si trattava di passare all’altra beatitudine: quella dell’amore messo in pratica, come dirà poi Pietro nella sua bella lettera a tutti quelli che verranno dopo di noi: «Voi che amate Gesù senza averlo visto» (1Pt 1,8).

Bene, questo è quello che volevo condividere con voi. Se guardate bene, la mia ultima apparizione nel Vangelo sarà in comunità, accanto a Simon Pietro e agli altri, andando a pescare insieme sulla barca, in attesa di un altro segno del Signore risorto (Gv 21,2). La frase di Giovanni – «I discepoli non hanno osato chiedergli: “Chi sei tu? Perché sapevamo che era il Signore”» – la scrive per me. Il fatto è che la mia ricerca di segni era diventata più matura: è passata dal regno delle ferite individuali e dalla portata delle mie dita e delle mie mani, al regno del lavoro apostolico in mezzo alla mia comunità.

Diego Fares S.I.

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Al atardecer de ese mismo día, el primero de la semana, estando cerradas las puertas del lugar donde se encontraban los discípulos, por temor a los judíos, llegó Jesús y poniéndose en medio de ellos, les dijo: “¡La paz esté con ustedes!”.  Mientras decía esto, les mostró sus manos y su costado. Los discípulos se llenaron de alegría cuando vieron al Señor. Jesús les dijo de nuevo: “¡La paz esté con ustedes! Como el Padre me envió a mí, yo también los envío a ustedes”.  Al decirles esto, sopló sobre ellos y añadió: “Reciban el Espíritu Santo. Los pecados serán perdonados a los que ustedes se los perdonen, y serán retenidos a los que ustedes se los retengan”. 

Tomás, uno de los Doce, de sobrenombre el Mellizo, no estaba con ellos cuando llegó Jesús. Los otros discípulos le dijeron: “¡Hemos visto al Señor!”. El les respondió: “Si no veo la marca de los clavos en sus manos, si no pongo el dedo en el lugar de los clavos y la mano en su costado, no lo creeré”.  Ocho días más tarde, estaban de nuevo los discípulos reunidos en la casa, y estaba con ellos Tomás. Entonces apareció Jesús, estando cerradas las puertas, se puso en medio de ellos y les dijo: “¡La paz esté con ustedes!”. Luego dijo a Tomás: “Trae aquí tu dedo: aquí están mis manos. Acerca tu mano: Métela en mi costado. En adelante no seas incrédulo, sino creyente”. Tomas respondió: ¡Señor mío y Dios mío!” Jesús le dijo: “Ahora crees, porque me has visto. ¡Felices los que creen sin haber visto!” (Jn 20. 19-29).

Contemplación

Contemplemos el centro de la escena: el momento en que el Señor sopla el Espíritu Santo -del Padre y Suyo- en la comunidad de los discípulos y los exhorta a recibirlo para el perdón de los pecados. Cuando los discípulos le cuentan a Tomás que han visto al Señor, él no pregunta “qué hizo” ni “qué les dijo”, sino que sale con esa frase de “si no veo la marca de los clavos y si no meto mi dedo en sus llagas… no creeré”. 

Lo que me impresiona es que no solo no le pudieron anunciar que habían recibido el Espíritu para perdonar los pecados, sino que a Tomás ni se le habrá pasado por la cabeza pensar que su actitud era “un pecado”. Un pecado no en el sentido de una falta moral que uno puede tener por debilidad y mejorar con un poco de buena voluntad. Un pecado en sentido fuerte, de una actitud nos impide de raíz abrirnos a Jesús resucitado y que sólo el don de su Espíritu puede desbloquear. 

La realidad es que Jesús, cuando vino de nuevo, le reprochó a Tomás su incredulidad de modo muy directo: “De ahora en adelante no seas incrédulo, sino creyente”. No le dijo, es comprensible que hayas dudado… Nadie te podría condenar y yo tampoco te condeno… Nada de eso. Al contrario,  con la incredulidad, Jesús se muestra duro, como vemos que sucede con los de Emaús. Es que se trata de un pecado que está en la raíz de todo lo demás. Me resulta sorprendente que tampoco le diga: Yo te perdono. Como si esta tarea ya estuviera en manos del Espíritu definitivamente.

Lo que quiero hacer notar es que en esta escena, para comprender bien qué significa que el Espíritu es dado a la Iglesia para el perdón de los pecados, hay que contemplar lo que le pasó a Tomás. Se lo podría considerar como uno de los “perdonados por el Espíritu”. Si leemos desde esta perspectiva el evangelio, María Magdalena habría sido “perdonada” de esas lágrimas que le impedían reconocer a Jesús. Tomás es “perdonado” de su incredulidad, que está ligada a su actitud para con la comunidad que lo llevó a “no estar” y luego a “no creer en el testimonio que le daban”. Y así todos, el Espíritu les “perdonará” el tener las mentes cerradas y el corazón duro para creer en las Escrituras… 

Pero volvamos a Tomás. Se ve que él no consideraba su incredulidad como un pecado en el sentido en que lo tomamos aquí, como algo que lo bloquea y que solo el Espíritu Santo puede disolver, sino como una legítima exigencia de su razón. No  relacionaba su incredulidad, por ejemplo, con el hecho de “no haber estado” con la comunidad cuando se apareció Jesús; tampoco relacionaba su incredulidad con no confiar en la palabra de sus hermanos, que no era una palabra cualquiera sino un verdadero testimonio sostenido por todos: “Hemos visto al Señor”. “Y qué?”, parece decirles Tomás. “No discuto si Uds. lo han visto o no. Lo que digo es que yo tengo derecho a comprobar las cosas objetivamente: para creer necesito ver sus llagas y meter mi dedo en ellas.” 

Quizás alguno le habrá dicho: mirá que lo primero que hizo el Señor fue mostrarnos sus llagas… Es posible que estas charlas hayan existido, pero más bien da la impresión de que la comunidad, habiendo recibido el Espíritu, ya siente, piensa y actúa de otra manera: esperarán a que el  mismo Señor resuelva las cosas personalmente con Tomás. 

Pasa una semana entera. Sin duda que debe haber sido una semana muy especial. Por un lado, la alegría y la consolación que experimentaron fue tal que se habrá ido decantando y esparciendo como un perfume en todos los resquicios de sus almas y de su vida cotidiana. Por otro lado, la expectativa de que el Señor se les apareciera de nuevo también habrá ido ganando su espacio. Entre la consolación y la esperanza fue surgiendo un ritmo que marcó los encuentros entre Jesús y la comunidad. Ritmo que se imprimió suavemente en la vida de la Iglesia y que vivimos en nuestras Misas semanales, que se celebran poniendo nuestra vida en tensión espiritual entre el agradecimiento de los dones recibidos y la esperanza de que el Señor vuelva.

Pero en lo que me quiero detener ahora es en este “desencuentro” entre Tomás y el Señor. El Señor que resume toda su Vida, Pasión, Muerte y Resurrección en ese gesto de “darnos el Espíritu para el perdón de los pecados”, y Tomás que exige algo que él siente que es previo: la exigencia de una prueba de vida para creer. Vemos que al domingo siguiente, Jesús le acepta a Tomás su condición cuando le dice: “Trae aquí tu dedo: aquí están mis manos. Acerca tu mano: Métela en mi costado”. Pero mientras lo mira y se le acerca y le toma la mano, el Señor le va hablando y sus palabras hacen que Tomás conecte la experiencia que está teniendo ahora, no al Cuerpo del Señor como algo externo, sino a lo más íntimo de su posición personal: a la decisión que había tomado de “no creer si no se cumplían las condiciones que le parecían totalmente razonables y justas”. 

Tomás comprende como herido por un rayo que Jesús califica su actitud como un pecado de “deslealtad personal hacia Él”, una crítica a su modo de proceder. El Señor vino cuando quiso e hizo lo que tenía planeado hacer desde toda la eternidad: dar el Espíritu a los suyos para el perdón de los pecados. El hecho de “no haber estado” en el momento más trascendente de la historia humana tendría que haber suscitado en Tomás una actitud de otro tipo, más humilde… Tomás se da cuenta en el acto de su desubicación. Siguiendo lo que su argumentación anterior permite ver acerca de su personalidad, podemos pensar que podría haber intentado justificarse ante Jesús y los demás, racionalizando lo que había pasado, diciendo cosas como que era lógico que frente a algo tan grande, uno desconfiara… etc. Nada de eso! Tomás solo musita: Señor mío y Dios mío. Y acepta humilde el reproche de Jesús a su pecado: “En adelante no seas incrédulo, sino hombre de fe”. 

La deslealtad entre amigos es algo muy íntimo. De afuera, si a un testigo imparcial le cuentan hechos, puede que dude en juzgar si un amigo fue desleal o no, si lo que sucedió entre ellos “fue para tanto”. Entre los amigos, en cambio, esto es algo muy claro. Y si uno de los dos no lo siente así, si no comprende cómo una actitud suya hirió profundamente al otro, es señal de que no era tan amigo o de que no quiere seguir siéndolo. Por la actitud de Tomás al decir “Señor mío y Dios mío” se ve que captó todo en la mirada de Jesús y confesó su fe en medio de la comunidad sin necesidad de  más palabras. Y el Señor lo confirmó con esa fórmula tan suya: “En adelante…” no lo hagas más. Es la misma fórmula que usó con la adúltera, porque la infidelidad en la Biblia es adulterio. Se traiciona lo más íntimo de una relación de amor y de amistad.

Hacemos ahora una reflexión para sacar provecho de la contemplación. Me parece que el evangelio toca un problema que es siempre actual: el problema de qué es pecado y qué no.

Para ir directo al grano, creo que lo primero es entender que si el perdón de los pecados es algo a cargo del Espíritu Santo en Persona, no es lógico pensar que estemos hablando de “algunas acciones malas”, sino de algo en que nos va la vida. El Espíritu Santo rompe el corazón para que se arrepienta como el hijo pródigo y se compadezca como el buen samaritano.

El Espíritu Santo cura la ceguera y abre la mente a toda la Verdad de Jesús.

El Espíritu Santo disuelve el narcisismo egoísta y nos vuelve seres comunitarios, solidarios.

El Espíritu Santo nos defiende del Maligno que nos roba la alegría y nos llena de consuelo y de paz.

Son maneras de decir que el Espíritu “perdona” los pecados grandes, no va solo a los efectos o a algún fruto malogrado, sino a la raíz y al tronco del árbol sanándolo entero para que de frutos buenos. 

Aprovecha también reflexionar cómo es este “perdón grande” del Espíritu. No es un perdón solo puntual, como el que borra una mancha o repara algo roto. El Espíritu perdona cambiando el impulso, dándose a sí mismo para que uno comience a sentir y actuar “con espíritu”, que es como decir con “coraje”, de corazón, lleno de esperanza y fortaleza, con audacia creativa…

Esto es como decir que “el pecado” es “no tener Espíritu”. El pecado es cobardía para pedir y recibir el Espíritu que nos impulsa a creer en Jesús resucitado y a servirlo con caridad en nuestros hermanos.

Esta cobardía, de falta de fe y de amor, es algo que uno no puede solucionar por sí mismo. La falta de coraje para creer y la falta de coraje para dar la vida solo se curan con un coraje que uno “no se puede dar a sí mismo”. 

Nos los tiene que dar el Espíritu. Pero este problema no es algo “así nomás”, como que me falta coraje y ya lo vamos a ir mejorando un poco. Si fuera así el Padre no habría tenido que implementar algo tan inmenso y costoso como la redención. Si cobrar coraje fuera cuestión nomás de heroísmo o de juntar fuerza, el Señor no hubiera que tenido que encarnarse y convivir con nosotros, ni hubiera debido llevar la cosa a extremos como el de la Pasión y la muerte en Cruz. Para dar coraje a otro uno tiene que darlo todo y solo Alguien como Jesús podía realizar una operación de anonadamiento tan total. Si tener este espíritu para confiar y para amar fuera algo humano, el Padre no habría tenido que aceptar el sacrificio de su Hijo ni derramar su Espíritu en la Iglesia (que en muchos ámbitos lo tiene enjaulado, causándole una tristeza inimaginable). El “pecado” de la falta de coraje, más allá de la responsabilidad personal que uno pueda o no tener, es algo que solo el Espíritu Santo puede “hacer que en adelante no se de más”. 

Entrar en el drama de Tomás es entrar en el drama de nuestra infidelidad por falta de coraje para creer y seguir a Jesús que nos ha sido fiel toda nuestra vida. Un Jesús que ya se ha jugado dejando su Espíritu en la Iglesia. Es en Ella, nuestra Madre Santa y Jerárquica formada por pecadores perdonados- que cada uno puede  encontrarse con el Señor Resucitado. Permaneciendo en Ella el Espíritu nos da el coraje que disuelve nuestra cobardía para creer y para dar la vida. 

Diego Fares sj

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En el lugar donde fue crucificado había un huerto, y en el huerto un sepulcro nuevo, en el cual todavía no habían sepultado a nadie. Por tanto, por causa del día de la preparación de los judíos, como el sepulcro estaba cerca, pusieron allí a Jesús (Jn 19, 41-42). “Pasado el sábado, al amanecer del primer día de la semana, María Magdalena y la otra María fueron a visitar el sepulcro. De pronto, se produjo un gran temblor de tierra: el Ángel del Señor bajó del cielo, hizo rodar la piedra del sepulcro y se sentó sobre ella. Su aspecto era como el de un relámpago y sus vestiduras eran blancas como la nieve. Al verlo, los guardias temblaron de espanto y quedaron como muertos. El Ángel dijo a las mujeres: «Ustedes no teman, yo sé que buscan a Jesús, el que fue Crucificado. No está aquí, porque ha resucitado como lo había dicho. Vengan a ver el lugar donde estaba, y vayan a toda prisa a decir a sus discípulos: ‘Ha resucitado de entre los muertos, e irá antes que ustedes a Galilea: allí lo verán’. Esto es lo que tenía que decirles.» Las mujeres, atemorizadas pero llenas de alegría, se alejaron rápidamente del sepulcro y fueron a dar la noticia a los discípulos. De pronto, Jesús salió a su encuentro y las saludó, diciendo: «Alégrense.» Ellas se acercaron y, abrazándole los pies, se postraron delante de él. Y Jesús les dijo: «No teman; avisen a mis hermanos que vayan a Galilea, y allí me verán» (Mt  28, 1-10).

Contemplación

El lugar donde pusieron a Jesús era un jardín o huerta (kepon). Allí lo depositaron el Cuerpo del Señor José de Arimatea y Nicodemo y permaneció allí  la noche del viernes y todo el sábado santo hasta la madrugada del domingo, en que resucitó. La parábola del granito de mostaza nos dice que se lo siembre en una “huerta” y allí muere y brota y se convierte en un arbusto grande (Lc 13, 19).

El tiempo del sábado santo tomo posesión del mundo

Este sábado santo es especial. En general, es un día que se me suele pasar ocupado en las emociones fuertes del Viernes Santo -como las oraciones de ayer de los encarcelados y sus cuidadores, que ha sido el Vía Crucis más real que haya escuchado nunca- y la preparación de la Vigilia Pascual. Este año, en cambio, siento necesidad de quedarme a “escuchar” el silencio que ha tomado posesión de la ciudad y del mundo: hay silencio de tumba y de cuarentena. 

Le hago espacio, pues, al tiempo muerto del Sábado Santo. 

Las amigas de Jesús también debieron esperar todo aquel Sábado para poder ir a la tumba a ungir su cuerpo. En la soledad y el silencio del Sábado Santo, le dieron tiempo al Señor para resucitar en paz. 

Este es el sentimiento: se necesita paz para resucitar. Paz para que se decanten las heridas de la cruz y paz para emprender lo nuevo que comienza con la resurrección.

Sábado santo: tiempo para echar el grano en la huerta y dejar que se tome el tiempo que necesita para brotar. 

La dinámica compleja de las estadísticas

Para interpretar las estadísticas de la pandemia del Coronavirus, dejando de lados las curvas y los logaritmos, los datos esenciales que miramos son tres: los que se contagian cada día, los que se curan y los que murieron. Hay que saber que contamos solo a los que efectivamente se pudieron registrar. Con esos datos duros, se usan luego distintos modelos para “ver” los positivos 

asintomáticos que debe haber, los que murieron sin que se pudiera analizar si eran positivos, si la tendencia es en alza o hay una meseta…, etc. El punto es que todo el mundo está hoy atento a esta dinámica compleja, en la que importan todos los datos: los positivos, los negativos, la tendencia, las proyecciones, la salud, el trabajo, la angustia… todo. 

Importa todo porque un pequeño detalle inclina la balanza de manera impredecible. Uno solo que se hace el canchero contagia a veinte amigos. No es lo mismo estar enfermo si se cura la mayoría o si la mayoría muere. No es lo mismo haberse curado si uno se puede volver a enfermar o si se encuentra la vacuna. No es lo mismo que a uno no le haga mucho daño el virus porque es fuerte, si puede ser vehículo para que se contagien los que uno quiere…

Todos los datos juntos son algo muy complejo de pensar y más aún de explicar. Sin embargo todos nos hemos abierto a esa complejidad y en poco tiempo estamos aprendiendo muchísimo. 

Hemos tomado conciencia, por ejemplo, de que los “slogans”, los pensamientos simplistas, son peligrosos. 

Hemos tomado conciencia de que las diferencias de ideas se deben expresar sin debilitar la autoridad, que es vital para que podamos actuar como cuerpo social… Tantas cosas!

Comunión

A nivel de la fe, yo saco una enseñanza. 

Mirando cómo con en esta pandemia van juntas la vida, la muerte y la curación, tanto individuales como comunitarias, y viendo que deben ser pensadas y encaradas también juntas, comprendo mejor un aspecto práctico de nuestra fe: la comunión. Sí. Esta pandemia con su incomprensibilidad e inmanejabilidad, nos hace entrar en comunión con todos: comunión de padecimientos, comunión de esperanzas, comunión de información, comunión de acciones…

No es que entendemos todo o sepamos siempre qué hacer, pero precisamente por eso, cuanto menos entendemos más entendemos que al virus hay que neutralizarlo y que con la gente nos tenemos que unir.

A mí esto me ayuda a unir un aspecto de la Eucaristía que siempre me ha quedado grande en su formulación con palabras con otro aspecto bien práctico. La formulación del misterio de la Eucaristía nos dice que es “el memorial de la pasión, muerte y resurrección del Señor”. Memorial que no es un mero recuerdo sino una verdadera actualización: la Eucaristía, nos dice el Catecismo, actualiza la muerte y resurrección del Señor, que se hace verdaderamente presente en el pan y el vino consagrados. En la oración antes de la consagración, al imponer las manos sobre las ofrendas, el sacerdote “invoca al Padre que mande al Espíritu Santo” (Epíclesis): Por eso te pedimos (Padre) que santifiques estos dones con la efusión de tu Espíritu, de manera que sean para nosotros Cuerpo y Sangre de Jesucristo, nuestro Señor.

Cuando trato de “pensar” a Jesús como el crucificado-resucitado” que está allí presente en la Eucaristía, me quedo en blanco, se me escapa… Gracias a Dios ahí mismo puedo comulgar. Y comprendo que la Eucaristía es para “contemplar” con el sentido espiritual del gusto más que con la vista o la inteligencia. 

Lo que quiero decir es que me pasa como con el coronavirus: cuanto más se me escapa la complejidad de la situación más me doy cuenta de que tengo que estar en comunión, con Jesús y con mis hermanos.

Porque cuando entro en comunión con Jesús – con su pasión, muerte en cruz y resurrección gloriosa -, entro en comunión con todos mis hermanos que se encuentran en esta misma dinámica, cada uno en alguno de estos momentos con particular fuerza. Algunos están padeciendo, otros han muerto, otros se están curando. En mi comunión con Jesús comulgo con todos. Y en mi comunión con todos comulgo con Jesús. Comulgo, me uno, compadezco las penas y comparto con la misma pasión las alegrías. 

La pandemia es un momento para comulgar con todos, todo lo posible. Y hoy es el día justo para decir esto. Porque es Sábado Santo, el único día en que nadie comulga ni puede celebrar la Eucaristía. Hoy que esta experiencia de no poder comulgar con Jesús, porque no está “muerto y resucitado sino solo muerto”, hoy que el tiempo detenido del Sábado Santo se ha contagiado a todo el mundo y se extiende ya desde hace varias semanas, podemos sentir toda la fuerza que tiene el deseo de comulgar con el misterio del amor, que es misterio -concreto cada vez- de muerte y resurrección.

Como las santas mujeres, fieles a muerte a su Señor, vayamos al sepulcro con nuestros mejores perfumes para ungir al Señor, que si comulgamos con Él en su pasión y en su muerte, como ellas, entraremos en comunión con su resurrección y su vida, según su promesa.

Diego Fares sj

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“In verità, in verità vi dico: non è più servo del suo Signore” (Gv 13, 1 ss.).

         In questi giorni, tra le tante commoventi testimonianze della gente, ce ne sono state due che voglio condividere e che hanno a che fare con la frase di Gesù: “Vi dico la verità, il servo non è più grande che il suo Signore”. 

Il Signore sempre parla sul serio, ma qui dice questa verità dopo aver dato l’esempio con un atto insolito, affinché fosse registrato per sempre: Lui è venuto per servire.

La prima testimonianza è di una persona comune che mi ha fatto capire quanto sia essenziale il servizio, mostrandomi in una frase l’altra faccia della medaglia.

Non sei più il proprietario di nulla

Lunedì 30 marzo Marco Mennini, 57 anni, cittadino di Piombino, che stava per diventare nonno, è morto di coronavirus. Un suo amico giornalista, Alessandro, ha condiviso l’ultima cosa che Marco ha scritto su Facebook dall’ospedale di Livorno: “Avrei voluto mettere #nonhopaura sotto questa foto. Un po’ come quando pensi che non tocca a te, non può toccare a te. Perché? Eccheccazzo guarda quanti siamo. Poi la sveglia ti riporta con i piedi per terra. Tutto all’improvviso diventa del colore blu ghiaccio di quelle persone che fino a ieri avevi visto nei film. Da un minuto ad un altro non sei più proprietario di niente”.

Mi sono commosso: con questa frase: “non sei più proprietario di niente “.

È l’altro lato di una verità: che se c’è qualcosa che possiamo sempre è “essere servitori”.

Gesù ha fatto tutto per servizio

L’altra testimonianza è stata quella del Papa la Domenica delle Palme. Nella sua predica ha sottolineato il fatto che Gesù ha fatto tutto per servirci. Non solo lavare i piedi, ma anche “vivere le situazioni più dolorose per chi ama, come il tradimento e l’abbandono”. Vivere questo era un servizio che voleva rendere a noi. 

Il servizio di portare in sé e mettere in croce i nostri tradimenti, perché nessuno si senta scoraggiato. Guardandolo sulla croce possiamo dire: “la mia infedeltà è lì (sulla tua croce), Tu l’hai portata, Gesù. Tu mi apri le braccia, mi servi con amore… Ecco perché vado avanti!” 

Lo stesso vale per l’abbandono. Il Papa ha notato che il Signore è stato abbandonato da tutti, ma ha sempre avuto il Padre. E ha voluto sperimentare anche lui questo strano abbandono. Per noi, per servirci. “Così che quando ci sentiamo tra la spada e il muro, quando ci troviamo in un vicolo cieco, senza luce e senza via di fuga, quando sembra che nemmeno Dio risponda, ci ricordiamo che non siamo soli.

Punto per punto il Papa ha declinato tutti gli atti e i gesti di Gesù in termini di “servizio”. Non ha sottolineato il dolore che ha sofferto, ma piuttosto che il dolore sofferto dal Signore è stato perché ci servisse nel nostro dolore e imparassimo a soffrire servendo gli altri. “E, davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo la grazia di vivere per servire. Proviamo a contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo tanto a ciò che ci manca, ma al bene che possiamo fare”. 

E ai giovani ha detto: “Cari amici, guardate i veri eroi che stanno venendo alla luce in questi giorni. Non sono quelli che hanno fama, denaro e successo, ma quelli che si danno per servire gli altri (…) La vita è un dono che si riceve donando sé stessi, e la gioia più grande è dire di sì all’amore, senza condizioni o “ma”. Come Gesù ha fatto per noi”.

Il servizio tra due desideri: quello del proprietario e quello del cliente

Ciò che è ammirevole in Francesco è che quello che dice è qualcosa che pratica ogni giorno. Da quando lo conosco (1975), l’ho sempre visto concentrarsi sui servizi concreti che è chiamato a brindare. È una persona che fa quello che fa servendo. 

Servire, metaforicamente, è dedicarsi interamente a soddisfare il desiderio dell’altro. Il buon servizio è quello che tiene conto di ciò che il Signore comanda e di ciò che vuole colui che viene servito. Perciò la preghiera fa parte di un buon servizio, tanto quanto “inculturarsi” o “farsi tutto a tutti”, adattando il bene a ciò che l’altro può ricevere. 

Servire è come il verbo ausiliario che definisce tutti gli altri. Per questo sant’Ignazio ci ricorda che il nostro principio e fondamento è: che siamo creati “per” servire. Anche l’adorazione e la lode sono servizio. C’è un motivo per cui la recita del Breviario si chiama “ufficio divino” (officium indica lavoro, dovere e anche servizio) e la Messa è “servizio sacerdotale”. 

La tentazione di enfatizzare

Una delle tentazioni contro il servizio che noi cristiani “con qualche ufficio” nella Chiesa sperimentiamo (non faccio distinzione tra uffici cardinalizi o segretariali, perché il clericalismo ci si attacca a tutti) è quella di “enfatizzare” (overact)

La tentazione di “enfatizzare” deve essere ben discernita, perché non sembra grave come l’egoismo, ma allontana e raffredda molti. L’esagerazione è un segno inequivocabile di “clericalismo”.

È molto umano “farsi vedere”, voler “giocare il ruolo di protagonista”, “esagerare un po'”. Tuttavia, nelle cose che sono di per sé buone, belle e vere, funziona la regola che dice: “meno è più”. 

Tralasciando le esagerazioni liturgiche che sono un po’ ovvie, se ci concentriamo sulla predicazione, possiamo vedere che abbiamo “esagerato” presentando alcuni valori e condannando certi tipi di peccati, tralasciando l’essenziale, che è la misericordia o la mancanza di essa.

Questo momento in cui la pandemia mette quasi tutto tra parentesi, ci apre un varco per ripensare all’essenziale: il servizio, senza esagerare.

Come dice il Papa: “Il dramma che stiamo vivendo ci costringe a prendere sul serio ciò che conta, a non perderci in cose insignificanti, a riscoprire che la vita è inutile se non viene servita. 

Diego Fares sj

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 “Sabiendo que el Padre había puesto todo en sus manos…”

            Antes de la fiesta de la Pascua, sabiendo Jesús que había llegado su hora de pasar de este mundo al Padre, habiendo amado a los suyos que estaban en el mundo, los amó hasta el extremo. Durante la cena, cuando ya el diablo había puesto en el corazón a Judas Iscariote, hijo de Simón, el propósito de entregarle, sabiendo que el Padre le había puesto todo en sus manos y que había salido de Dios y a Dios volvía, se levanta de la mesa, se quita sus vestidos y, tomando una toalla, se la ciñó. Luego echa agua en un recipiente y se puso a lavar los pies de los discípulos y a secárselos con la toalla con que estaba ceñido. “Llega a Simón Pedro; éste le dice: « Señor, ¿tú lavarme a mí los pies? » Jesús le respondió: « Lo que yo hago, tú no lo entiendes ahora: lo comprenderás más tarde. » Le dice Pedro: « No me lavarás los pies jamás. » Jesús le respondió: « Si no te lavo, no tienes parte conmigo. » Le dice Simón Pedro: « Señor, no sólo los pies, sino hasta las manos y la cabeza. » Jesús le dice: « El que se ha bañado, no necesita lavarse; está del todo limpio. Y ustedes están limpios, aunque no todos. » Sabía quién le iba a entregar, y por eso dijo: « No están limpios todos. » Después que les lavó los pies, tomó sus vestidos, volvió a la mesa, y les dijo: « ¿Comprenden lo que he hecho con ustedes? Ustedes me llaman “el Maestro” y “el Señor”, y dicen bien, porque lo soy. Pues si yo, el Señor y el Maestro, les he lavado los pies, ustedes también deben lavarse los pies unos a otros. Porque les he dado ejemplo, para que también ustedes hagan como yo he hecho con ustedes. « En verdad, en verdad les digo: no es más el servidor que su Señor, ni el enviado más que el que le envía. « Sabiendo esto, serán dichosos si lo cumplen (Jn 13, 1 ss.).

Contemplación

         En estos días, entre tantos testimonios conmovedores de la gente hubo dos que deseo compartir y que tienen que ver con la frase de Jesús: “Les digo de verdad que el servidor no es más que su Señor”. El Señor, lo que dice, lo dice en serio, pero aquí lo dijo después de dar ejemplo con un acto inusitado, para que se nos grabara para siempre: Él vino a servir; está como el que sirve.

El primer testimonio es de una persona común que me hizo caer la ficha de lo esencial que es el servicio mostrándome en una frase la otra cara de la moneda. 

No sos más propietario de nada

El lunes 30 de marzo murió por coronavirus Marco Mennini, ciudadano de Piombino, frente al mar Tirreno, de 57 años, que iba a ser abuelo pronto. Su amigo Alessandro, que es periodista, compartió lo último que Marco escribió en su Facebook desde el hospital de Livorno: “Hubiera querido poner #notengomiedo debajo de esta foto. Un poco como cuando pensás que no te toca a vos, que no te puede tocar a vos. Y por qué no? Qué cazz…, mirá todos los que estamos acá. Después, la alarma te pone los pies sobre la tierra. De golpe todo se vuelve del color azul hielo de esas personas que hasta ayer solo habías visto en las películas. De un momento a otro no sos más propietario de nada (…)”.

Me conmovió: “no sos más propietario de nada”.

Es la otra cara de una verdad: que si hay algo que podemos siempre y todo lo que queramos es “ser servidores”.

Jesús todo lo hizo para servirnos

El otro testimonio fue del Papa el Domingo de Ramos. En la prédica le puso énfasis al hecho de que Jesús todo lo que hizo fue por servicio a nosotros. No solo lavar los pies, sino también “experimentar las situaciones más dolorosas para quien ama, como la traición y el abandono”. Vivir esto fue un servicio que nos quiso hacer. 

El servicio de cargar en sí mismo y de poner en la cruz nuestras traiciones, para que no nos desanimemos. Al mirarlo en la Cruz podemos decir: “mi infidelidad está ahí (en tu Cruz), Tú la cargaste, Jesús. Me abres tus brazos, me sirves con amor… Por eso sigo adelante!” Lo mismo con el abandono. El Papa hizo notar que el Señor fue abandonado por todos, pero siempre había tenido al Padre. Y quiso experimentar también este extraño abandono. Por nosotros, para servirnos. “Para que cuando nos sintamos entre la espada y la pared, cuando nos encontremos en un callejón sin salida, sin luz y sin escapatorias, cuando parezca que ni siquiera Dios responde, recordemos que no estamos solos”.

Punto por punto el Papa declinó todos los actos y gestos de Jesús en términos de “servicio”. No puso el acento en el dolor que sufrió, sino en que ese dolor sufrido por el Señor fue para que nos sirva en nuestros dolores y aprendamos a sufrir también sirviendo a los demás. 

“Y, ante Dios que nos sirve hasta dar la vida, pidamos la gracia de vivir para servir. Procuremos contactar al que sufre, al que está solo y necesitado. No pensemos tanto en lo que nos falta, sino en el bien que podemos hacer”. 

Y a los jóvenes les dijo: “Queridos amigos: Miren a los verdaderos héroes que salen a la luz en estos días. No son los que tienen fama, dinero y éxito, sino son los que se dan a sí mismos para servir a los demás.(…) La vida es un don que se recibe entregándose y la alegría más grande es decir sí al amor, sin condiciones ni “peros”. Como lo hizo Jesús por nosotros”.

El servicio entre dos deseos: el del Dueño y el del cliente

Lo admirable en Francisco es que esto que dice, es algo que practica en todo. Desde que lo conozco, siempre lo he visto concentrado en los servicios concretos que le tocan. Es una persona que lo que hace lo hace sirviendo. Y se nota esa doble tensión propia del mozo, que está atento a las órdenes del dueño del restorán y a los deseos del cliente. En medio de estas dos atenciones se da el buen servicio. Servir, metafóricamente, es dedicarse uno mismo enteramente a cumplir el deseo de otro. El servicio bueno es el que tiene en cuenta lo que manda el Señor y lo que quiere el que es servido. Por eso, rezar es parte del buen servicio, tanto como “inculturarse” o “hacerse todo a todos”, amoldarse al bien lo que el otro puede recibir. 

Servir viene a ser como el verbo auxiliar que define a todos los demás. Por eso San Ignacio nos recuerda que nuestro principio y fundamento es: que somos creados “para” servir. Incluso la adoración y la alabanza son servicio. Por algo el rezo del Breviario se llama “oficio divino” (officium indica trabajo, deber y también servicio) y la misa es el “servicio sacerdotal”.

La tentación de sobreactuar

Una de las tentaciones contra el servicio que experimentamos los cristianos “con algún cargo” en la Iglesia (no hago distinciones entre cargos cardenalicios o de secretaría parroquial, porque el clericalismo nos salpica a todos y se le pega a cada uno según “se la crea”) es el de la “sobreactuación”. 

La tentación de “sobreactuar” la debemos tener bien discernida, porque no parece tan mala como el egoísmo pero aleja y enfría mucho a muchos. La sobreactuación es un signo inequívoco de “clericalismo”.

Es muy humano esto de “hacerse ver”, de querer “protagonizar”, de “exagerar un poco”. Sin embargo, en las cosas que son de por sí buenas, hermosas y verdaderas, funciona esa regla que dice: “menos es más”. 

Dejando de lado la sobreactuación litúrgica que es un poco obvia, si nos centramos en la predicación, podemos ver que hemos “sobreactuado” al presentar algunos valores y condenar cierto tipo de pecados, dejando de lado lo esencial, que es la misericordia o la falta de ella.

Este tiempo en el que la pandemia pone entre paréntesis casi todo, y nos abre una brecha para repensar lo esencial: el servicio, sin sobreactuaciones.

Como dice el Papa “El drama que estamos atravesando nos obliga a tomar en serio lo que cuenta, a no perdernos en cosas insignificantes, a redescubrir que la vida no sirve, si no se sirve”. 

Diego Fares sj

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«Il Signore ne ha bisogno, ma li restituirà presto». Mi colpisce il modo in cui il Signore organizza il suo ingresso regale a Gerusalemme, in quella prima «Domenica delle Palme». Non ha niente per fare la liturgia. Deve chiedere tutto: chiede quello che gli serve e lo restituisce immediatamente. Egli è di passaggio e il suo momento di gloria sarà solo quello: un momento, appunto. Anche se noi diciamo che la gloria in cui vive ora è la Gloria Eterna, mi aiuta immaginare che sia un’eternità piena di «cose prese in prestito», provvisoria come le palme e i rami di olivo che la gente taglia per festeggiare, e come l’asina con il suo asinello dietro (Gesù li ha chiesti entrambi, perché lei camminasse tranquilla). 

Una liturgia, quella di quel giorno, in cui gli elementi per il culto erano quelli che aveva a portata di mano (come il grembiule, l’asciugamano e la bacinella dell’Ultima Cena) e la cerimonia è stata «inventata» insieme alle persone che vi hanno partecipato, così come fa sempre la gente. 

In questi giorni di quarantena e pandemia vediamo lo Spirito soffiare in tutta la Chiesa e portare nuove liturgie, nuovi modi di pregare e di celebrare i sacramenti «da lontano». 

C’è un po’ di tutto: cose umanamente molto belle e altre forse non tanto, ma ciò che conta è lo Spirito di comunione intorno al Signore per pregare per tutti, poiché siamo tutti colpiti in un modo o nell’altro dalla pandemia. 

Provvisorietà: nessuno brevetta le proprie soluzioni per farsi vicini

Un segno importante è, credo, la consapevolezza che tutti noi percepiamo un senso di provvisorietà. Nessuno «installa» definitivamente la messa online, né brevetta la sua idea di portare il Santissimo Sacramento in giro per le strade della città benedicendo case e negozi. Quello che vediamo è, per esempio, come alcune delle cose che Francesco faceva ogni giorno, ad esempio la messa a Santa Marta, si rivelano oggi in tutto il loro umile splendore evangelico, con il valore che hanno sempre avuto, ma che prima «non si vedevano in pubblico». 

Rileggere Francesco

Questo è anche un bel momento per rileggere alcune cose scritte dal Papa. Amoris Laetitia, e in particolare quel capitolo IV su “Il nostro amore quotidiano“. Oppure quando recupera il primo punto della Evangelii gaudium, e ci dice che l’amore familiare ci libera dall’isolamento: «Le famiglie cristiane, per grazia del sacramento del matrimonio, sono i principali soggetti della cura pastorale della famiglia, soprattutto fornendo “la gioiosa testimonianza dei coniugi e delle famiglie, delle chiese domestiche”». «Si tratta di far sperimentare alle persone che il Vangelo della famiglia è una gioia che “riempie il cuore e tutta la vita”, perché in Cristo siamo “liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento”». (AL 200). 

Comunione spirituale per «coloro che si trovano in una situazione di…» quarantena.

Una cosa che mi colpisce nella rielaborazione che stiamo facendo della nostra vita ecclesiale e liturgica è come il «desiderio del bene» recuperi il suo proprio posto. Quello che era diventato un «comandamento o un precetto per fare del bene», ora torna a manifestarsi come «desiderio interiore». 

Quando il Papa, dopo la comunione, tira fuori un bigliettino, come quelli che scrive a mano, e dice: Questo è il momento in cui le persone che non possono ricevere la comunione possono fare la comunione spirituale. E legge una preghiera: «Gesù mio, io credo che Tu sei veramente presente nel santissimo sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e desidero riceverti nella mia anima, ma siccome non posso riceverti sacramentalmente ora, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come se ti avessi già ricevuto, ti abbraccio e unisco tutto a Te. Non lasciare che mi separi mai da te, Signore».

In un certo senso, tutta la Chiesa è passata alla condizione di «coloro che non possono ricevere la comunione sacramentalmente». Ciò che era proibito (per i divorziati risposati, ad esempio) è diventato impossibile per tutti, e non per motivi «giuridici», ma per motivi di salute pubblica. Quello che era un «precetto» – ascoltare la messa la domenica e i giorni festivi – adesso viene meno a causa di una disposizione pubblica. Il divieto imposto dallo Stato non è «contro» la celebrazione dell’Eucaristia, ma per evitare di «non contagiare» coloro che si amano, vista la vicinanza richiesta dagli atti liturgici e la natura stessa del gesto materiale di «bere dallo stesso calice e spezzare lo stesso pane». 

La malattia e la vita (naturale e sacramentale)

La natura «fisica» della malattia aggredisce la nostra vita, e allo stesso modo attacca il sacramento nella sua parte «fisica», nel suo essere «segno materiale». Colpisce il sacramento nello stesso modo incarnato che colpisce la vita delle persone, rendendo impossibile a chi si ama esprimere il proprio amore «fisicamente» con un abbraccio o un bacio. Accettare questo implica rivalutare l’amore spirituale e allo stesso tempo (sperimentandone l’assenza) rivalutare l’importanza dei gesti materiali. 

Per questo dico che il «comandamento» diventa «desiderio». Si recupera così l’essenza stessa del bene, che quando è «comandato», lo è per motivi educativi, per abbreviare un processo o per diradare dubbi, come quando si dice a un bambino: «mangia! Che ti fa bene» o «saluta papà che torna a casa dal lavoro». 

Si tratta di cose che, quando sono rese impossibili da una situazione come quella in cui viviamo, scopriamo di «voler» fare; e verifichiamo che «il comandamento è solo un aiuto esterno a un desiderio interno», una «legge» che ci dice di «essere ciò che siamo, perfettamente» perché è in questo che consiste il «comandamento»: diventare ciò che si è, più pienamente, attraverso azioni concrete di bene.

Saper raccogliere l’uva dai rovi

Un’altra cosa interessante è quanto è accaduto con l’indulgenza plenaria concessa dal Papa venerdì 27 marzo, durante l’Adorazione del Santissimo Sacramento e la Benedizione «alla Città e al Mondo». Ho imparato a «tirare fuori acini d’uva dai cespugli spinosi», come raccomandava Sant’Agostino nel suo Sermone sui pastori, in cui dice al popolo di Dio che non deve perdere le grazie dello Spirito (gli acini) perché ci sono cattivi pastori (i cespugli) che complicano le cose e rendono meno accessibile la grazia.

Nel recente decreto sulla Riconciliazione si legge: «Quando i fedeli si trovano nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, va ricordato che la perfetta contrizione, proveniente dall’amore del Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che il penitente può esprimere in quel momento) e accompagnata dal votum confessionis, cioè dalla ferma volontà di ricorrere alla confessione sacramentale il più presto possibile, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1452)” (Nota della Penitenzieria Apostolica sul sacramento della riconciliazione nell’attuale situazione pandemica, 19.03.2020).

Precisazioni che avvicinano

Ci sono espressioni che, quando te le lasci scappare, allontanano, come per esempio «contrizione perfetta». Chi oggi usa il termine «contrizione», e chi può rivendicare un atto «perfetto»? Ma accanto a esse ci sono parole che «avvicinano»: «un atto d’amore di Dio, amato sopra ogni cosa ed espresso dalla sincera richiesta di perdono fatta come si può esprimere in quel momento». Questa espressione mi avvicina di più. 

Quante volte si fanno quei «sospiri» che dicono: «Mio Dio, ti amo con tutto il mio cuore, perdonami, aiutami, aiuta quelli che amo, aiutaci tutti!». Mi piace pensare che la parentesi esplicativa – «quella che il penitente può esprimere in quel momento» – sia stata aggiunta da Francesco: è nel suo stile «specificare per concretizzare e non allontanarsi astrattamente». 

Traboccante di misericordia

Aiuta vedere le cose nel suo insieme. La chiesa ha questo modo di dire le cose e alle volte sembra dare da una parte e togliere dall’altra. La verità è che le parole di Francesco «traboccano» la disciplina ecclesiastica. Ma lo fanno dall’interno, con un traboccamento di misericordia che diventa reale solo nel cuore e non nei documenti, le cui formulazioni pur «allungate al limite», mantengono la loro tensione «giuridica» (altrimenti non sarebbero documenti legali e questo ne toglierebbe, paradossalmente, il valore). 

Voglio dire che nella Chiesa c’è questa tensione tra lo Spirito e la lettera che si risolve soltanto nella vita, discernendo ogni volta e facendosi carico personalmente della grazia e delle conseguenze delle nostre interpretazioni della legge.

Per tutti, come sono e come possono

Il Papa concede «il dono di speciali indulgenze», prima di tutto «a chi soffre della malattia di Covid-19 e a chi si prende cura di loro». Qui cita nell’ordine, gli operatori sanitari, i parenti, e aggiunge «tutti coloro che a qualunque titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di loro». È un modo di precisare e specificare che finisce per includere tutti, se si sa leggere tra le righe: chi non prega oggi per tutti i malati, chi non ha compassione e manda buone vibrazioni, anche se non sa fare altro?

Le indulgenze hanno delle condizioni e quando le si legge, ci si blocca sempre, come quella di «fare il voto di confessarsi sacramentalmente il più presto possibile». La parola «voto» suona come un giuramento, un dovere, e quel «il più presto» suona come se chi non corre a confessarsi appena possibile, non riceverà nulla. Ma «voto» è anche desiderio e l’espressione «il più presto» è seguita da «possibile». 

Lo stesso vale per le preghiere che devono essere dette: il testo del decreto parla del rosario, dell’Akatisthos e della Via Crucis… ma finisce con il dire che un Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria sono sufficienti. E come ultima risorsa, è sufficiente che il moribondo baci la croce: ho visto persone malate alle quali ho messo la croce sulle labbra baciarla anche da addormentate.

Lo spirituale si incarna

Ora, chi compie un atto spirituale con tutta l’anima, ha anche il desiderio di farlo materialmente. Chi scrive alla persona che desidera: «ti abbraccio con tutta l’anima», la abbraccerà appena potrà e gli farà bene ricordare in quel momento l’intensità spirituale con cui l’ha abbracciata a distanza. Chi si «confessa da solo davanti a Dio», quanto vorrà ricevere davvero l’assoluzione sacramentale, che suggella come un indulto firmato dal giudice, l’indulto che è stato concesso a parole! Sono cose che vanno insieme, che la routine ha tinto di burocrazia e che adesso la distanza forzata ripristina nel suo valore spirituale e materiale.

Torniamo ora al Signore, all’asina e al suo puledro. Il Signore non ha ordinato di erigere una statua, ma non ha nemmeno disconosciuto l’usanza popolare di benedire i rami e di portare a casa un ramo d’ulivo, una cosa che ci mancherà quest’anno. L’importante in questo momento è meditare sull’essenziale e, relativizzando ciò che non è essenziale, dargli valore; sia recuperando riti e gesti, sia creandone di nuovi, che ci permettano di «cavalcare questa nuova realtà».

Addio clericalismo

Per noi sacerdoti è tempo di trovare il nostro posto. Se potessi usare solo due parole per spiegarmi, direi: «Addio clericalismo!». La distanza fisica dal popolo ci fa vedere le cose superflue con cui abbiamo circondato la predicazione del Vangelo e l’amministrazione dei sacramenti della vita. 

Non c’è niente di più triste di un tempio vuoto!? O sì: più triste era una chiesa chiusa! E le abbiamo lasciate chiuse per così tante ore al giorno senza che ci fosse un coronavirus! 

Niente è più antiquato di un guardaroba ecclesiastico se non si possono fare cerimonie.

Tutta la «gerarchia» di posizioni e funzioni intorno all’altare (che poi si esprimono in posizioni, incarichi e privilegi) perde completamente il suo significato se è il Papa celebra la Messa solo in Santa Marta perché San Pietro è chiuso.

Non ci vuole molta «struttura gerarchica» per dare un’unzione o per nutrire gli affamati, per consolare i soli e per visitare i malati e i carcerati. Per questo non c’è bisogno di tutta la «corte» che abbiamo creato nel tempo. 

È come negli ospedali: oggi, quando la diagnosi è: «incurabile», gli infermieri finiscono per essere importanti tanto quanto i medici. 

E questo mi ricorda un piccolo aneddoto di questa settimana.

Sabato scorso mi sono sintonizzato su Radio Continental: c’era Daniel López che intervistava un medico argentino che ha lavorato in Italia. Lopez è uno di quei giornalisti che seguo con piacere ogni volta che posso, perché è sempre rispettoso delle notizie, dell’intervistato e dell’ascoltatore. La dottoressa Patricia Veitman ha raccontato la sua esperienza in un piccolo ospedale di Monza e di come sia stata messa in quarantena: si è autoisolata dalla sua famiglia a causa del suo lavoro in ospedale. Lopez ha evidenziato una sua frase che mi ha colpito: «Sono in quarantena ma non ho messo in quarantena la fede». 

L’ho cercata su internet. Ho trovato un suo profilo Messenger e le ho mandato un ringraziamento e una benedizione, dicendole che non doveva rispondermi perché sapevo che era stanca e che ne avrebbe già avuto abbastanza, come tutti noi, di messaggi della famiglia e degli amici. Ma per la mia gioia mi ha risposto, e questa settimana siamo rimasti in contatto. Gli ho dato il mio numero WhatsApp, nel caso qualcuno volesse una benedizione o uno scambiare due parole… La storia divertente è che mi ha fatto salutare una persona della loro equipe, e io l’ho chiamato «infermiere». Patricia poi mi ha fatto sapere più tardi che era il primario. Così gli ho scritto: «Chiedo scusa al dottore – mettendo un emoji sorridente – per averlo promosso a infermiere».  

Possiamo tutti noi, vescovi, sacerdoti, diaconi e laici con incarichi nella Chiesa approfittare di questo tempo di distanza dal popolo fedele di Dio per promuoverci a loro «semplici servitori», a infermieri della Chiesa che è ospedale da campo.


Diego Fares sj

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Cuando se aproximaron a Jerusalén, al llegar a Betfagé, junto al monte de los Olivos envió Jesús a dos discípulos, diciéndoles: ‘Vayan  al pueblo que está enfrente de ustedes, y enseguida encontrarán un asna atada y un pollino con ella; desátenlos y tráiganmelos. Y si alguien les dice algo, dirán: El Señor los necesita, pero enseguida los devolverá’.

Esto sucedió para que se cumpliese el oráculo del profeta: ‘Digan a la hija de Sión: He aquí que tu Rey viene a ti, manso y montado en un asna y un pollino, hijo de animal de yugo’. 

Fueron, pues, los discípulos e hicieron como Jesús les había encargado: trajeron el asna y el pollino. Luego pusieron sobre ellos sus mantos, y él se sentó encima. 

La gente, muy numerosa, extendió sus mantos por el camino; otros cortaban ramas de los árboles y las tendían por el camino. Y la gente que iba delante y detrás de él gritaba: 

‘¡Hosanna al Hijo de David! ¡Bendito el que viene en nombre del Señor! ¡Hosanna en las alturas!’ Y al entrar él en Jerusalén, toda la ciudad se conmovió. ‘¿Quién es éste?’  decían. 

Y la gente decía: ‘Este es el profeta Jesús, de Nazaret de Galilea’ (Mt 21, 1-11).

Contemplación

El Señor los necesita, pero enseguida los devolverá. Me impresiona el modo cómo organiza el Señor su entrada real a Jerusalen, aquel primer “domingo de ramos”. No tiene nada para la liturgia. Lo tiene que pedir todo: pide lo que necesita y enseguida lo devuelve. El va de pasada y su momento de gloria será eso, solo un momento. Y aunque digamos que la Gloria en que ahora habita es la Gloria Eterna, me ayuda imaginar que es una eternidad llena de “cosas prestadas”, tan provisorias como los ramos que la gente cortó para celebrarlo y como la burra con su burrito detrás (pidió los dos para que ella anduviera tranquila). Una liturgia, la de aquel día, en la que los elementos de culto fueron los que tenía a mano (como el delantal, la toalla y la palangana de la Última Cena) y la ceremonia la inventó con la gente que en eso se prendió, como hace siempre nuestro pueblo. 

En estos días de cuarentena y de pandemia vemos que el Espíritu sopla en toda la Iglesia y hace surgir nuevas liturgias, nuevos modos de rezar y de celebrar los sacramentos “a distancia”. Hay un poco de todo: cosas humanamente más lindas y otras quizás no tanto, pero lo que cuenta es el Espíritu de unión en torno al Señor para rezar por todos, ya que todos estamos afectados de un modo u otro por la pandemia. 

Provisoriedad: nadie patenta sus inventos de cercanía

Un signo importante es, creo yo, la conciencia de que todos tenemos de provisoriedad. Nadie “instala” su misa online, ni patenta su idea sacar al Santísimo a pasear por las calles del pueblo bendiciendo casas y negocios. Lo que sí vemos es cómo algunas cosas que Francisco hacía cotidianamente, como la misa en Santa Marta, se revelan hoy en todo su humilde  evangélico esplendor, con el valor que siempre han tenido, pero que “no se veía en público”. 

Releer a Francisco

También es un lindo momento este para releer sus cosas. Amoris Laetitia y ese capítulo IV sobre “Nuestro amor cotidiano”. O cuando recupera el primer punto de Evangelii gaudium y nos dice que al amor familiar nos libra del aislamiento: “Las familias cristianas, por la gracia del sacramento matrimonial, son los principales sujetos de la pastoral familiar, sobre todo aportando « el testimonio gozoso de los cónyuges y de las familias, iglesias domésticas ». «Se trata de hacer experimentar que el Evangelio de la familia es alegría que “llena el corazón y la vida entera”, porque en Cristo somos “liberados del pecado, de la tristeza, del vacío interior, del aislamiento” (AL 200). 

Comunión espiritual para “los que estan en situación de… cuarentena”

Algo que me llama la atención en la reelaboración que vamos haciendo de nuestra vida como Iglesia es cómo recupera su lugar el “deseo del bien”. Lo que se había convertido en “mandamiento o precepto de hacer el bien” ahora rebrota como deseo interior. 

Cuando el Papa después de la comunión, saca una hojita como las que escribe de su propia mano y dice: Este es el momento en que las personas que no pueden comulgar pueden hacer ahora la comunión espiritual. Y lee una oración: “Jesús mío, creo que estás realmente presente en el santísimo sacramento del altar.Te amo sobre todas las cosas y deseo recibirte en mi alma, pero como ahora no puedo recibirte sacramentalmente, ven al menos espiritualmente a mi corazón. Como si ya te hubiese recibido, yo te abrazo y me uno todo a ti. No permitas Señor que jamás me separe de ti”.

De alguna manera, toda la Iglesia ha pasado a la condición de “los que no pueden comulgar sacramentalmente”. Lo que era prohibición (para los divorciados y vueltos a casar, por ejemplo) se ha convertido en imposibilidad para todos, pero no por cuestiones “legales” sino por cuestiones de sanidad pública. Lo que era “precepto” de escuchar misa los domingos y fiestas de guardar, cesa ante una disposición pública. Resulta patético ver que algún pastor  se ha desorientado al punto de decir algunos fieles que hay que desobedecer a la autoridad pública porque el mandamiento de Dios está por encima de las leyes humanas. Esta mentalidad, cae por sí sola en una situación como esta, en que la prohibición del Estado no va “contra” la celebración de la Eucaristía, sino a favor del “no contagiar” a los mismos a los que uno quiere, debido a la cercanía que requieren los actos litúrgicos y a la naturaleza misma del gesto material de “beber del mismo caliz y partir el mismo pan”. 

Enfermedad y vida (natural y sacramental)

La naturaleza “física” de la enfermedad así como ataca nuestra vida ataca al sacramento en su parte también “física”, en su ser “signo material”. Afecta el sacramento en la misma manera encarnada en que afecta la vida de las personas, haciendo que los que se aman no se puedan expresar su amor “físicamente” con un abrazo o un beso. Aceptar esto implica revalorizar el amor espiritual y al mismo tiempo (al experimentar su ausencia) revalorizar la importancia que tienen los gestos materiales. Por eso digo que el “mandamiento” se convierte en “deseo”. Recuperamos así la esencia misma del bien, que si “se manda” es por pedagogía, para abreviar un proceso o evitar dudas, como cuando uno dice a un niño: “comé que te hace bien” o “saludá a papá que vuelve del trabajo”. Son cosas que, cuando una situación como la que vivimos nos impide hacer, uno cae en la cuenta de que las “quería hacer” y que “el mandamiento era solo una ayuda exterior a un deseo interior, a una “ley” que nos dice que “seamos lo que somos, perfectamente” ya que en esto consiste el “mandato” de hacer el bien: en llegar a ser lo que uno es, más plenamente, mediante actos buenos concretos.

Saber cosechar uvas de entre las zarzas

Otra cosa interesante es lo que pasó con la Indulgencia plenaria que otorgó el Papa el viernes 27 de marzo, en la Adoración del Santísimo y la Bendición “a la Ciudad y al Mundo”. Yo noto lo que llamo las “resistencias”de los que redactan los decretos de la Penitenciaría Apostólica. He aprendido a “sacar las uvas de entre las zarzas de espinas” como recomienda San Agustín en su Sermón sobre los pastores, en el que le dice a la gente del pueblo de Dios que no se tienen que perder las gracias del Espíritu (las uvas) porque haya malos pastores (las zarzas) que complican las cosas y vuelven menos accesible la gracia.

Se lee en el decreto sobre la Reconciliación: “Cuando el fiel se encuentre en la dolorosa imposibilidad de recibir la absolución sacramental, debe recordarse que la contrición perfecta, procedente del amor del Dios amado sobre todas las cosas, expresada por una sincera petición de perdón (la que el penitente pueda expresar en ese momento) y acompañada de votum confessionis, es decir, del firme propósito de recurrir cuanto antes a la confesión sacramental, obtiene el perdón de los pecados, incluso mortales (cf. Catecismo de la Iglesia Católica, n. 1452)” (Nota de la Penitenciaría Apostólica sobre el Sacramento de la Reconciliación en la actual situación de pandemia, 19.03.2020).

Precisiones que acercan

Hay palabras que, sueltas, alejan, como “contrición perfecta”. Quién usa hoy “contrición” y quién puede pretender un acto que sea “perfecto”. Pero junto a ellas hay palabras que “acercan”: “un acto de amor de Dios amado sobre todas las cosas y expresado por la sincera petición de perdón hecha como uno pueda expresarla en ese momento”. Esta expresión a mí me acerca. Cuántas veces hace uno esos “suspiros” de decir : “Dios mío, te amo con todo el corazón, perdoname, ayudame, ayudá a los que amo, ayudános a todos!” Me gusta pensar que el paréntesis aclaratorio lo agregó Francisco: es su estilo eso de “precisar para concretar y no para alejar abstractamente”. Hablo de eso entre paréntesis donde dice que la expresión del amor y del pedido de perdón es “la que el penitente pueda expresar en ese momento”. 

Desborde de misericordia

Ahora, el conjunto ayuda. La iglesia tiene ese modo de decir las cosas que parece que por un lado da y por otro quita. Como cuando dice que “el Santo Padre concede la indulgencia plenaria…. de acuerdo a la forma establecida por la Iglesia”. La verdad es que Francisco “desbordó” la disciplina eclesiástica. Pero la desbordó internamente, con un desborde de misericordia que solo se vuelve real en el corazón que se deja desbordar y no en los papeles, cuyas letras escritas y formulaciones son “estiradas al máximo” pero conservan su tensión “legal” (si no no serían documentos legales y esto les quitaría valor, paradójicamente). Quiero decir que en la Iglesia se da esta tensión entre Espíritu y letra que se resuelve en la vida, discerniendo cada vez y haciéndose cargo personalmente de la gracia y de las consecuencias de nuestras interpretaciones de la ley.

Para todos como son y como pueden

El Papa concede “el don de Indulgencias especiales”, en primer lugar “a los que sufren la enfermedad del Covid-19 y a los que los cuidan. Aquí cita por orden, trabajadores de la salud, familiares, y agrega “todos aquellos que en cualquier calidad, incluso con la oración, los cuidan”. Es una manera de detallar y precisar que termina incluyendo a todos, si uno sabe leer, porque quién no reza hoy por todos los enfermos, quien no se compadece y manda buena onda, aunque no sepa hacer otra cosa?

Las indulgencias tienen condiciones y cuando uno las lee, siempre en alguna se traba, como lo de “hacer un voto de confesarse sacramentalmente apenas le sea posible”. La palabra “voto” suena a juramento y a deber y “apenas” suena a que si uno no sale corriendo a confesarse cuando le dan el alta, la cosa no vale. Pero “voto” es también deseo y la palabra apenas va seguida de “posible”. Lo mismo que con las oraciones que hay que rezar: el texto del decreto pone el rosario, el Akatisthos y el via crucis… pero termina diciendo que basta un Credo, Padre nuestro y Ave María. Y de última última, basta con que el moribundo bese la cruz (Yo he sido testigo de enfermos a las que le puse la cruz en los labios y la besaron hasta dormidos).

Lo espiritual es encarnado

Ahora, el que hace un acto espiritual con toda el alma, le sale solo el deso de hacerlo también materialmente. El que le dice a la persona que quiere, te abrazo con toda el alma, la abrazará apenas pueda y le hará bien recordar en ese momento la intensidad espiritual con que la abrazón en ausencia. El que “se confiesa a solas ante Dios” cuánto querrá recibir la absolución sacramental, que sella como un índulto escrito y firmado por el juez, el indulto que se le otorgó de palabra! Son cosas que van juntas, que la rutina había teñido de burocracia y que la distancia obligada restituye en su valor espiritual y material.

Volviendo al Señor y a la burrita y su pollino. El Señor no mandó erigir una estatua con ellos, pero tampoco desautorizó la costumbre popular de bendecir los ramos y llevarse a casa cada uno su ramito de olivo, cosa que este año extrañaremos. Lo importante en este tiempo es meditar sobre lo esencial y, relativizando lo que no es esencial, darle su valor, sea recuperando ritos y gestos, sea creando otros nuevos, que permitan “cabalgar esta nueva realidad”.

Chau clericalismo

Para nosotros los curas, es momento de ubicarnos. Si pudiera usar solo dos palabras diría: Chau clericalismo! La distancia física con la gente nos hace ver la de cosas superfluas con que hemos rodeado la predicación del evangelio y la administración de los sacramentos de vida. 

No hay nada más triste que un templo vacío! O sí: más triste era una iglesia cerrada! Y las hemos tenido cerradas tantas horas al día sin que hubiera habido coronavirus! 

Nada se desactualiza más rápido que un ropero eclesiástico si no se pueden celebrar ceremonias.

Pierde totalmente su sentido toda la “jerarquía” de puestos y funciones alrededor del altar (que luego se extienden en cargos, oficinas y privilegios) si la misa la celebra el Papa solo en Santa Marta porque San Pedro está cerrado.

 No hace falta mucha “estructura jerárquica” para dar una unción o dar de comer a los hambrientos, consolar a los solos y visitar a los enfermos y encarcelados. Para eso no hace falta toda la “corte” que hemos creado. 

Es como en los hospitales: hoy que el “diagnóstico” es “no hay tratamiento”, terminan siendo tan importantes las y los enfermeros como los médicos. Y esto me recuerda una pequeña anécdota de esta semana.

El sábado pasado, sintonicé a la siesta Radio Continental y estaba Daniel López entrevistando a una médica argentina que trabaja en Italia. López es uno de esos periodistas que sigo con gusto cada vez que puedo, porque siempre es respetuoso con la noticia, con el entrevistado y con el oyente. La doctora Patricia Veitman contaba su experiencia en un pequeño hospital de Monza y cómo estaba en cuarentena: se ha aislado de su familia debido a su trabajo en un hospital. López destacó una frase suya que me emocionó: dijo “Estoy en cuarentena pero no he puesto en cuarentena la fe”. 

La busqué en internet, encontré un messenger y le mandé un agradecimiento y una bendición, diciéndole que no hacía falta que me respondiera porque sabía que andaba a mil y tendría bastante, como cada uno, con los mensajitos de familiares y amigos. Pero para alegría mía me respondió y esta semana hemos estado en contacto. Yo le di mi whatsapp por si alguno quería una bendición o un llamadito… El cuento es que a uno que me saludó le devolví el saludo llamandolo “enfermero” y Patricia me hizo saber después que era el médico jefe de sala. Así que le escribí: “Perdón al doctor -poniendo una carita sonriente- por haberlo  promocionado a enfermero”.  

Ojalá que todos los obispos, sacerdotes, diáconos y laicos con puestos en la Iglesia, aprovechemos este tiempo de distancia con el pueblo fiel de Dios para promocionarnos a “simples servidores”.

Diego Fares sj

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