Feeds:
Entradas
Comentarios

Archive for the ‘Contemplaciones 2016’ Category

Gesù, stanco del viaggio, si era seduto vicino al pozzo, dice Giovanni nel Vangelo di questa terza domenica di quaresima (Gv 4, 5-42).

Mi è sempre piaciuta questa immagine di Gesù seduto, come se invitasse a chiacchierare. Gesù seduto, senza fretta, nel centro della nostra anima. Perché quello è il bordo del pozzo dove siede il Signore.

Santa Teresa dice che il castello a cui paragona l’anima è come una perla e come un albero piantato nelle acque stesse della vita, che è Dio. 

La nostra anima risiede alla sorgente stessa della vita! Collegarci a quella sorgente, a quell’acqua viva, è la cosa più fruttuosa che ci possa capitare. 

Ecco perché la samaritana, quando si rende conto di Chi è quello che parla con lei e dove si trova, quando si rende conto che Lui la conosce nel suo intimo e per questo può dirle “tutto quello che ha fatto”, non vuole più che Lui se ne vada e lo invita ad andare al suo villaggio e a casa sua. 

Quella fontana è il luogo dove si beve quando si adora il Padre in Spirito e in Verità. 

È la fontana dell’acqua viva che disseta tutta la nostra sete e la sazia non come se dovessimo berla dalla bocca, ma è come quella fontana di cui parla santa Teresa, che sgorga dall’interno. 

Ascoltiamo santa Teresa. Ma prima voglio chiarire che lei scrive perché le viene detto di farlo, in modo da poter beneficiare gli altri con la sua esperienza nelle cose di Dio. E scrive in mezzo a un mal di testa e a un ronzio che non la incoraggiava affatto a scrivere. 

In quello “stato di salute” dice cose di questo tipo: «Quelli che io chiamo “sapori di Dio”, (…) per capirli meglio (propongo questo) immaginiamo di vedere due fontane con due piloni che si gonfiano d’acqua. Non trovo nient’altro meglio dell’acqua per esprimere alcune cose dello spirito; sarà perché so poco e l’arguzia non mi aiuta e questo elemento mi è così familiare, che l’ho contemplato con più attenzione di altre cose. 

Questi due piloni si gonfiano d’acqua in modi diversi: in uno, l’acqua viene da più lontano attraverso molti archi e artifizi; l’altro si forma alla sorgente stessa dell’acqua e si gonfia senza alcun rumore, e se la sorgente è abbondante, come quella di cui stiamo parlando – dopo aver riempito questo pilone – diventa un grande ruscello. Non c’è bisogno di mezzi artificiali, né di costruire canali.

In questa fontana, viene l’acqua della sua stessa sorgente, che è Dio, e proprio come vuole Sua Maestà, quando viene servito per farci qualche dono, produce (quest’acqua) con grande pace e tranquillità e morbidezza dall’interno stesso di noi stessi, non so dove o come, (…) quest’acqua va riempendo tutte le dimore dell’anima». 

“Mi hai dilatato il cuore”, dice il Salmo. E Teresa aggiunge che questa dilatazione viene da una profondità che deve essere “il centro dell’anima”. Il fatto che quest’acqua viva sgorghi da lì è pura Grazia «e non dobbiamo lavorare invano, perché siccome quest’acqua non deve essere portata dai “canali”, se la sorgente non vuole produrla, è di scarsa utilità se ci stanchiamo. Quest’acqua è data solo a coloro che Dio vuole, e viene data quando l’anima è spesso più trascurata».

Trascrivo i testi per entrare in sintonia con la scena. Vedere come la samaritana si distraeva, come ogni giorno, per svolgere il faticoso compito di portare l’acqua a casa sua e incontra Gesù. I testi ci aiutano a vedere come il Signore – seduto lì dove tutti cercavano, come lui, l’acqua materiale – con il suo modo di conversare ha risvegliato la sorgente di acqua viva che era bloccata nel centro stesso dell’anima della samaritana. E quando vediamo questo, anche noi vogliamo parlare con Lui affinché ci permetta di sbloccare la nostra sorgente interiore, quella che tutti abbiamo, ma della quale non tutti godiamo.

Quando andiamo a pregare, andiamo alla ricerca di quest’acqua da bere. Andiamo augurandoci che voglia sgorgare e che sia prodotta dal nostro cuore. È l’acqua dell’autenticità che tutti noi desideriamo bere e far sì che sorga, come Mosè ha fatto sgorgare acqua dalla roccia, un autentico dialogo con Gesù, che è colui che ci dà l’acqua viva – lo Spirito Santo del Padre e suo.

Gesù dice: «Se tu conoscessi il dono di Dio e Chi è che ti dice “dammi da bere” forse glielo chiederesti ed Egli ti darebbe l’acqua viva».  La donna disse: «Signore, tu non hai niente con cui estrarre l’acqua e il pozzo è profondo, quindi da dove prendi l’acqua viva?».


La Samaritana sente il gusto di parlare con Gesù, ma i suoi pensieri sono legati alla logica dell’efficienza e delle cose pratiche, ed è per questo che si accorge che Gesù non ha nessuno “strumento” (o tecnica) per attingere quell’acqua viva che crede che attingerà dal pozzo. 

Gesù rispose: – «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete, ma chi beve dell’acqua che gli darò non avrà sete per l’eternità, ma l’acqua che gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che sgorga fino alla vita eterna».

Il Signore non «attingerà» acqua da nessun pozzo, Lui è invece seduto proprio nel centro del pozzo dell’anima della donna samaritana (che è l’immagine della nostra anima), lì dove ogni anima «comunica» con la fonte della vita, con l’origine del Creatore che la crea e la sostiene nel suo stesso essere. Ecco perché quell’acqua «diventerà in lei una fonte d’acqua che sgorga per la vita eterna».

Il Signore è colui che, seduto sul bordo del nostro pozzo interiore, ci sblocca affinché ciò che siamo veramente possa sgorgare, affinché la vita che ognuno ha nel proprio intimo possa scorrere e farlo in modo autentico, incontaminato. Bere dal proprio pozzo, come diceva Gustavo Gutiérrez, è ciò che si desidera. E poiché quel pozzo è come il Pozzo di Giacobbe, il pozzo del nostro popolo, il pozzo comune, quando si beve da esso si beve con tutti l’acqua viva che è l’acqua comune. 

La donna disse: «Signore, dammi un po’ di quell’acqua, perché io possa dissetarmi e non debba venire qui ad attingerla».

In quel momento, quando il desiderio dell’acqua viva è già appagato nell’anima della samaritana (siccome è desiderio, e non bisogno, quando si sveglia è segno che si sta già bevendo dal Bene e il cuore si espande man mano che si beve di più, senza esaurire la fontana, ma dilatando il cuore) il Signore le fa vedere, con delicatezza, dove si trovava il suo blocco. Qual era la sua “condizione disordinata”, con la quale era “sposata”. 

Più che un problema morale, questi “cinque mariti” sono il segno di un problema spirituale: dissetarsi da fonti esterne senza prendere coscienza della fonte interiore che da sola soddisfa la nostra sete profonda.

Gesù è seduto lì. Egli è sempre seduto lì, a quel pozzo al quale il nostro bisogno ci porta a cercare acqua per dissetarci: la sete d’amore, la sete di riconoscimento, la sete di cose, la sete di amicizia, la sete con cui ogni senso e ogni passione viene proiettata verso ciò che può dissetarla. 

Gesù è sempre seduto lì, anche Lui stanco del viaggio, perché viene da noi a piedi, non come un supereroe che cala dall’alto, ma a piedi, nella persona di tanti che non sembrano Gesù, ma che un giorno sapremo che lo erano, e che ci chiedono “dammi da bere”, una parola magica per riconoscere il Signore, il quale ci dà l’Acqua viva mentre lo serviamo.

……………

Un excursus necessario oggi. 

La domanda: E cosa ha a che fare questa contemplazione spirituale con il Coronavirus? 

Per me, molto. L’immagine di Gesù stanco del viaggio, seduto accanto al pozzo di Giacobbe, a chiacchierare amichevolmente con la samaritana, è un’immagine che mi aiuta a discernere molti comportamenti. Dallo spirito buono trasmesso dal modo in cui Gesù e la samaritana si sono comportati, posso discernere che altri modi di comportarsi sono dello spirito cattivo. E in alcune modalità di comportamento del coronavirus, secondo quanto ho letto dai testi di alcuni scienziati, si trovano immagini molto “pittoriche” e concrete per descrivere lo spirito cattivo. Immagini che oggi possono aiutare più di altre antiche. 

L’immagine di un virus silenzioso che cerca milioni di persone da infettare è più spaventosa di quella di un leone ruggente che può divorare soltanto uno o due alla volta. 

Cosa temo dal virus?  Fisicamente, che mi infetterò, che infetterò gli altri – quelli che amo e quelli che non conosco – quando non avrò ancora i sintomi; che distruggerà il mio sistema immunitario, o lo farà reagire in modo eccessivo, infiammando tutto… 

A livello personale, temo che diventerò egoista, insensibile, indifferente, settario, accusatore invece che solidale… 

Ci sono così tanti comportamenti fisici virali che si replicano a livello sociale, economico, politico, religioso! Si tratta di comportamenti di cattivo spirito, che quando li vediamo agire realmente con il virus, ci fanno capire quanto siano disumani quando si verificano ad altri livelli.

  • È disumano, perché è un parassita, il comportamento di un mercato finanziario che moltiplica il denaro al suo stessi interno, senza mai diventare uno strumento per chi ha fame o si ammala per comprare pane e medicine.
  • È disumano, perché è illusorio, il comportamento di chi costruisce muri e chiude i confini a persone in carne e ossa; e poi ha di fronte un virus che vola nell’aria, entrando non attraverso i barconi ma in aereo e persino in prima classe.
  • È disumano, perché egoista, il comportamento di produrre beni inutili che vengono consumati solo da pochi e poi buttati via, quando c’è un reale bisogno di produrre beni che servano tutti

Il comportamento del Signore, invece, è un comportamento umano, perché è amichevole e rispettoso. 

Il Signore non invade, non travolge, aspetta, si siede in mezzo alla stanchezza della nostra vita quotidiana.

Il dialogo del Signore dilata l’anima della samaritana, dilata il suo cuore dalla sua sorgente interiore e il cuore dilatato fa sì che ogni sentimento, ogni pensiero, ogni passione, trovi la sua misura. 

Il Signore non “accende” una nostra passione per spazzare via le altre, imponendo i suoi bisogni, come fa la rabbia, come fa l’avidità, come fa il virus, come fanno le ditte che deforestano l’Amazzonia. 

Il Signore si è incarnato nella “Sua” carne, nella “Sua” cultura e nella “Sua” storia. Nella nostra, si incarna nella misura in cui facciamo liberamente un’alleanza di amicizia con lui, quando gli apriamo la porta della nostra anima, lo invitiamo a rimanere nel nostro villaggio e a che rimanga a mangiare nella nostra casa, come hanno fatto quei samaritani.

Fondamentalmente, il Signore si siede a dialogare con colui che gli vuole bene, e non invade colui che non lo ama.

Il Signore dilata lo spirito del cuore, non infiamma le passioni e non offusca i sensi.

Il Signore fa alleanza e rafforza il meglio di ciascuno, non invade e non consuma e poi butta via.

Il Signore suscita ammirazione e ci invita a seguirlo liberamente; non ci infetta senza che noi lo sappiamo.

Il Signore dialoga nel rispetto e nell’arricchimento della diversità; non replica se stesso come le ideologie.

Il Signore è la Fonte dello Spirito, la fonte dell’acqua viva, che guarisce ciò che tocca e neutralizza ogni fonte di contagio, ogni fonte di desolazione e di morte spirituale, che è la sola cosa che noi dobbiamo temere. 

Non i virus che uccidono il corpo, ma a Colui che può infettare il nostro nucleo intimo, la fonte della vita in cui Dio ci ha creati e che vuole che diventi vita eterna.

Diego Fares SI

Read Full Post »

Jesús dijo a sus discípulos:

«No temas, pequeño Rebaño, porque el Padre se ha complacido en darles a ustedes el Reino. 

Vendan sus bienes y denlos como limosna. Trabajen haciendo bolsas que no envejezcan y cámaras del tesoro que no fallen en el cielo, donde no se aproxima ningún ladrón ni la polilla puede corroer. 

Tengan en cuenta que allí donde uno tiene su cámara del tesoro allí está también su corazón. 

Estén preparados, ceñido el vestido y con las lámparas encendidas. Sean como los hombres que esperan el regreso de su señor, que fue a una boda, para abrirle apenas llegue y llame a la puerta. 

¡Felices los servidores a quienes el señor encuentra velando a su llegada! Les aseguro que él mismo recogerá su túnica, los hará sentar a la mesa y se pondrá a servirlos. ¡Felices ellos, si el señor llega a medianoche o antes del alba y los encuentra así!

Entiéndanlo bien: si el dueño de casa supiera a qué hora va a llegar el ladrón, no dejaría perforar las paredes de su casa. 

Ustedes también estén preparados, porque el Hijo del hombre llegará a la hora menos pensada.» 

Pedro preguntó entonces: 

«Señor, ¿esta parábola la dices para nosotros o para todos?» 

El Señor le dijo: 

«¿Cuál es el encargado de las cosas de la casa (oikonomos)digno de confianza y prudente, a quien el Señor pondrá al frente de su personal para distribuirle la ración de trigo en el momento oportuno? ¡Feliz aquel a quien su señor, al llegar, encuentra ocupado en este trabajo! Lesaseguro que lo pondrá por sobre todos sus bienes. 

Pero si este servidor piensa en su corazón: “Se demorará la llegada de mi señor”, y se dedica a maltratar a los más chicos y a las servidoras más pequeñas, y se pone a comer, a beber y a emborracharse, su señor llegará el día y la hora menos pensada, lo castigará y le hará correr la misma suerte que los infieles. 

El servidor que, conociendo la voluntad de su señor, no tuvo las cosas preparadas y no obró conforme a lo que él había dispuesto, recibirá un castigo severo. Pero aquel que sin saberlo, se hizo también culpable, será castigado menos severamente. 

Al que se le dio mucho, se le pedirá mucho; y al que se le confió mucho, se le reclamará mucho más» (Lc 12, 32-48).

Contemplación

“Donde uno tiene su tesoro, allí está su corazón”. Lo valioso es el Reino que el Padre ha dado a su rebaño pequeño. Y el asunto es cómo cuidamos este reino. Las bolsas y el tesoro son el “receptáculo de las cosas valiosas” (eso significa literalmente “thesaurus”). Es la caja fuerte, el lugar seguro de la casa. En la época de los bienes virtuales el Señor recomendaría guardar las cosas en la nube en un servidor seguro; y de tener backups… 

si son bolsas, que no envejezcan, que no se agujeren; si es la cámara del tesoro o la caja fuerte, que no pueda ser vulnerada por los ladrones ni entre la polilla. Si es lugar de almacenamiento virtual que tenga claves anti-hackers y que sea anti-virus.

El lugar donde se guardan las cosas valiosas siempre es importante. Y el Señor une dos imágenes de “receptáculos”: el cielo y el corazón. El Reino es Reino de los cielos y se guarda en el corazón. En el Cielo, lo protege Dios. Nuestro corazón lo tenemos que cuidar conjuntamente. No dejar entrar ladrones… El Papa Francisco siempre nos advierte acerca de que no nos dejemos robar los bienes del Reino. En Evangelii gaudiumexclama:

¡No nos dejemos robar el entusiasmo misionero! 80.
¡No nos dejemos robar la alegría evangelizadora! 83.
¡No nos dejemos robar la comunidad! 92.
¡No nos dejemos robar el Evangelio! 97.
¡No nos dejemos robar el ideal del amor fraterno! 101.
¡No nos dejemos robar la fuerza misionera! 109.

Es importante clarificar bien las cosas: el Reino es regalo, es Don. El Padre ya nos lo ha dado a nosotros, su pequeño rebaño. Lo llevamos en vasijas de barro y hay quien nos lo quiere robar. Proteger estas cosas valiosas -la alegría, la esperanza, la comunidad, el amor fraterno, el celo apostólico, la fuerza misionera- es la tarea.

Dichas estas cosas sobre el receptáculo, sobre el corazón especialmente, el Señor pasa a una imagen dinámica del Reino. El Reino -la Persona de Jesús y los valores espirituales que trae- “vienen”. No son solo cosas que se nos han regalado y que hay que meter en un depósito sino dones vivos, valores que se dinamizan y actualizan con las visitad del Señor. 

La Iglesia ha cultivado la imagen del “depósito”: se habla del depósito de la fe, por ejemplo, y hay que cuidar que la verdad revelada se conserve íntegra, sin defecto, sin herejías… También la unidad de la Iglesia se cuida como un ámbito en el que se practican las mismas costumbres y se observan los mismos mandamientos. Este cuidado “estructural”, de los espacios, diríamos, es importante y hace a la integridad del tesoro. Pero también es importante el dinamismo del tesoro. Como vemos en la parábola de los talentos, no se trata de enterrarlo y devolverlo intacto sino de hacerlo crecer y producir. Y aquí entra el aspecto más personal de los valores del Reino. No se trata, por ejemplo, de una alegría que se conserva en la intimidad de la propia alma solamente, sino de una alegría efusiva, que se contagia anunciando el evangelio y saliendo a misionar. Y la primer imagen es la del Señor que viene a nuestra casa, del Señor que nos evangeliza y nos misiona para que luego salgamos nosotros con Él a llevar esa alegría a los demás.

El Reino, los valores del Reino, se cuidan estando atentos y preparados a esas venidas del Señor, a sus visitas que se dan “a cualquier hora”, en el momento menos pensado. Esta característica, que Jesús resucitado dejó impresa en el corazón de los discípulos, que aprendieron que no podían convertir a Jesús en objeto de posesión sino que tenían que estar atentos a ver cómo y de qué forma “venía” y se les “aparecía”, implica toda una conversión espiritual. No solo se trata de estar “construyendo” depósitos seguros para guardar el Reino, sino de tener puertas abiertas para que el Señor entre y también para que pueda salir, junto con nosotros, a entrar en la vida social del mundo actual, para ir a evangelizar a todos los pueblos con sus culturas.

El Reino no es solo algo valioso para guardar sino también algo que se actualiza y se renueva, un regalo que viene a nosotros, más que como “cosas” viene con lo que genera la visita y la presencia del Señor resucitado. 

Y aquí, el modo de preparar y de recibir este Reino que viene con la visita personal del Señor, es estar cuidando personas más que gestionando espacios.

El Señor responde a Pedro con el ejemplo del que reparte la ración de comida a cada uno a su tiempo y con la imagen contraria del que maltrata a los más pequeños de la casa. La imagen del “lugar seguro” y de la “bolsa que no se rompe” pasan a las imágenes del que trata bien a las personas. Es en el trato donde se juega lo más profundo del Reino. Ese es el tesoro, el lugar donde se conserva el Espíritu y donde se lleva íntegro: el buen trato.

Escuchemos de nuevo: “Si el servidor a quien se le han confiado los bienes del reino piensa en su corazón: “Se demorará la llegada de mi señor”, y se dedica a maltratar a los más chicos y a las servidoras más pequeñas, y se pone a comer, a beber y a emborracharse, su señor llegará el día y la hora menos pensada, lo castigará y le hará correr la misma suerte que los infieles”.

Feliz en cambio “el encargado de las cosas de la casa (oikonomos)digno de confianza y prudente, a quien el Señor pondrá al frente de su personal para distribuirle la ración de trigo en el momento oportuno ¡Feliz aquel a quien su señor, al llegar, encuentra ocupado en este trabajo”, de tratar bien a todos.

Imperceptiblemente, con las situaciones que narra y describe, el Señor nos hace caer en la cuenta de que “el lugar a prueba de ladrones y polillas” donde se guardan los bienes del Reino y “las bolsas que no envejecen” donde se transportan, “y lo que hay que tener preparado para cuando Él viene” no son “cosas físicas”, no son “estructuras” ni dogmáticas ni jurídicas, sino que es “el servicio a su tiempo y con buen trato”. Nos quiere encontrar sirviendo al personal su ración a su tiempo y tratando con caridad a todos. El servicio y el buen trato es “el lugar espiritual” donde nadie nos puede robar los bienes del Reino. 

Qué lejos quedan los que piensan que el Reino se defiende solo cuidando “estructuras” formales. Al poner allí el tesoro, se les vuelve “estructura” el corazón. 

En cambio, al sentir que el mandato del Señor es a cuidar como tesoro el “ambiente espiritual” que se crea con el buen trato y el servicio, el corazón se va volviendo lugar más apto para recibir más bienes, para recibir al único Bien, que es el mismo Señor.

Decálogo del bueno trato

RESPETEMOS
Te respeto porque eres persona y mi compañero en el trabajo.

RECONOZCÁMONOS
Valoremos y visibilicemos el aporte de los demás.

EMPATICEMOS
Me pongo en tus zapatos.

SEAMOS AMABLES
Sonríe, saluda, se amable… es gratis.

ESCUCHEMOS
Escuchemos activamente a los demás y pongámonos en su lugar.

COLABOREMOS
Aporta y participa del trabajo en equipo.

SOLIDARICÉMONOS
Apoyémonos en la dificultad.

HUMANICÉMONOS
Somos personas que trabajan con personas.

TOLEREMOS
Acepto al otro como un legítimo otro en la convivencia.

COMPROMETÁMONOS 
Somos responsables de lo que hacemos, respetando al otro.

Diego Fares sj

Read Full Post »

En aquel tiempo, solían acercarse a Jesús todos los publicanos y pecadores a escucharlo. Y los fariseos y los escribas murmuraban diciendo:

«Ese acoge a los pecadores y come con ellos».

Jesús les dijo esta parábola:

«Un hombre tenía dos hijos; el menor de ellos dijo a su padre:

“Padre, dame la parte que me toca de la fortuna”. El padre les repartió los bienes.

No muchos días después, el hijo menor, juntando todo lo suyo, se marchó a un país lejano, y allí derrochó su fortuna viviendo perdidamente. Cuando lo había gastado todo, vino por aquella tierra un hambre terrible, y empezó él a pasar necesidad.

Fue entonces y se contrató con uno de los ciudadanos de aquel país que lo mandó a sus campos a apacentar cerdos. Deseaba saciarse de las algarrobas que comían los cerdos, pero nadie le daba nada.

Recapacitando entonces, se dijo:

“Cuántos jornaleros de mi padre tienen abundancia de pan, mientras yo aquí me muero de hambre. Me levantaré, me pondré en camino adonde está mi padre, y le diré: Padre, he pecado contra el cielo y contra ti; ya no merezco llamarme hijo tuyo: trátame como a uno de tus jornaleros».

Se levantó y vino adonde estaba su padre; cuando todavía estaba lejos, su padre lo vio y se le conmovieron las entrañas; y, echando a correr, se le echó al cuello y lo cubrió de besos.

Su hijo le dijo:

“Padre, he pecado contra el cielo y contra ti; ya no merezco llamarme hijo tuyo”.

Pero el padre dijo a sus criados:

“Sacad enseguida la mejor túnica y vestídsela; ponedle un anillo en la mano y sandalias en los pies; traed el ternero cebado y sacrificadlo; comamos y celebremos un banquete, porque este hijo mío estaba muerto y ha revivido; estaba perdido y lo hemos encontrado”.

Y empezaron a celebrar el banquete.

Su hijo mayor estaba en el campo. Cuando al volver se acercaba a la casa, oyó la música y la danza, y llamando a uno de los criados, le preguntó qué era aquello.

Este le contestó:

“Ha vuelto tu hermano; y tu padre ha sacrificado el ternero cebado, porque lo ha recobrado con salud”.

Él se indignó y no quería entrar, pero su padre salió e intentaba persuadirlo.

Entonces él respondió a su padre:

“Mira: en tantos años como te sirvo, sin desobedecer nunca una orden tuya, a mí nunca me has dado un cabrito para tener un banquete con mis amigos; en cambio, cuando ha venido ese hijo tuyo que se ha comido tus bienes con malas mujeres, le matas el ternero cebado”.

El padre le dijo:

“Hijo, tú estás siempre conmigo, y todo lo mío es tuyo; pero era preciso celebrar un banquete y alegrarse, porque este hermano tuyo estaba muerto y ha revivido; estaba perdido y lo hemos encontrado”».

Contemplación

“El ternero alimentado a grano”. Tres veces es mencionado en la parábola: por el padre, que da la orden a los servidores de matarlo y asarlo, por uno de los servidores, cuando le cuenta todo al hijo mayor y por éste cuando le reprocha a su padre que a él no le haya dado ni un cabrito y para ese ‘hijo suyo’ que ha malgastado la herencia, manda a que se haga un asado con el ternero alimentado a grano, el que tenían para una ocasión especialísima.

Nosotros tenemos nuestros ritos para las ocasiones especiales. Quizás no un ternero cebado pero sí un vino de calidad superior…, por ejemplo. El ternero engordado a grano era todo un signo, señal de una predilección fuera de lo común. Por eso enciende la rabia del hijo mayor, que se ve que era alguien resentido pero quizás ni él mismo se daba cuenta hasta qué punto.

La parábola nos revela cómo es el Corazón del Padre. Tampoco esto era visible y fue necesaria esta ocasión tan especial -el regreso del hijo pródigo- para que se pusiera de manifiesto la misericordia infinita de este corazón y la alegría desbordante del amor a sus hijos, que era su motor secreto. Se ve que todos, hasta los sirvientes, estaban maravillados. No sabían que el patrón era alguien así! No solo es el abrazo – corrió y se le echó al cuello, lo abrazó y lo besó, dice Lucas-, no son solo el anillo, el vestido y las sandalias y el ternero cebado, sino también el banquete y la fiesta. El padre quiere que su alegría sea compartida por todos, no tiene miedo a exagerar ni de que alguno se escandalice. Seguramente sabe que sus servidores y la gente del pueblo comentarán la cosa y que su hijo mayor se sentirá ofendido, pero él hace la fiesta y acepta las consecuencias: tendrá que salir a enfrentar los reproches de su hijo mayor y a explicarle pacientemente por qué “era necesario” hacer fiesta. También se tuvo que hacer cargo del discurso del menor. Antes lo había dejado manejar el asunto de “su parte de la herencia” y le había dado lo que le había pedido. Pero ahora, aunque lo escucha, no le hace caso y lo trata como hijo predilecto, no como a sirviente.

Lo que queda claro es que el Padre no se deja manipular en lo que respecta a su Misericordia. En otras cosas cede. En esto no. No deja que el menor ponga límites a su Misericordia, haciendo que lo trate como a un empleado, ni que el mayor meta su Misericordia en el molde comparativo de “por qué a él sí y a mí no”, por qué a él el ternero cebado y a mí ni un cabrito. La respuesta es “todo lo mío es tuyo” e incluye “todo lo nuestro es suyo (del pródigo)”.

Podríamos decir que la lección es: todas las cosas son relativas y es bueno ajustarlas comparativamente. Todas menos la misericordia que es absoluta y enteramente personal. El Padre la da entera, sin condiciones, y a cada uno en una medida que no tiene que ver con el recipiente sino con el Donante. El da su Misericordia íntegra, con abrazo, beso, anillo, sandalias, vestido, ternero engordado a grano, banquete de fiesta, música y defensa contra las críticas. Todo esto.

Esto equivale a decir que cuando se trata de la Misericordia, tenemos que alzar la mirada: no hay que mirar ni al propio pecado ni a los méritos propios sino sólo al Padre. La Misericordia ensancha nuestro corazón y nos hace compararnos sólo con nuestro Padre que nos creo y a cuya imagen somos. De ahí el mandato de Jesús: sean misericordiosos como el Padre es misericordioso.

La Misericordia es una virtud en la que siempre debemos y podemos crecer. No es para ser aplicada según el modelo de ayer sino con el modelo nuevo de un hoy que mira para adelante.

La Misericordia que tenemos que aplicar a las situaciones que vivimos en el mundo de hoy no es la que ya conocemos sino una mayor, que le tenemos que pedir al Padre que nos haga verla y ponerla en práctica. Esta es la actitud. La de la esperanza de que el Señor use una misericordia mayor de la que hemos visto hasta ahora y de la que podemos imaginar.

Si no nos sorprende, si no nos sentimos “desubicaos como el hijo pródigo vestido de fiesta”, si no nos da un poco de indignación, como al hijo mayor, es que no es “el ternero engordado a grano” lo que está puesto en el asador y lo que se sirve a la mesa para festejar.

Cada cultura y cada época tiene “sus terneros engordados a grano”. Cuál es el nuestro?

Quizás hay aquí un problema. Quizás nuestra época, que todo lo renueva y lo descarta, carezca de “terneros cebados a grano”, carezca de signos de un amor absoluto.

Porque si el Padre le hubiera regalado, por ejemplo, el celular de última generación, en el momento mismo, ya sería antiguo en vista al próximo modelo. Quizás hoy no tenemos “símbolos de un amor incondicional” sino que todos los signos son provisorios como el amor mismo.

Quizás, no sabría asegurarlo, las expresiones de una misericordia absoluta hoy solo sean comprensibles si van por el lado de una renuncia. De la renuncia a un derecho -el de la propia tierra, por ejemplo-, para compartirla con los inmigrantes-; el de las propias ventajas que da la tecnología para “abajarnos” a la condición de vida de los que nada tienen…

Todo lo que demos será siempre poco por la dinámica misma de los productos que compartimos y que a los mismos que los reciben les parecerán siempre relativos.

Los Signos de una misericordia y de una alegría incondicional quizás deban ir por el lado de algo que “perdemos”.

Lo que sí es que, más allá aún de alguna cosa a la que renunciemos, la fiesta sigue siendo un signo claro de la Misericordia grande del Padre. Hacer fiesta con los pecadores, hacer fiesta con los pobres, hacer fiesta con los excluidos y discriminados, ese siempre ha sido y será el signo. Invitarlos a entrar en la casa, en la Iglesia, en la vida. Cosa que implica “perder” nuestro ámbito de “pureza”, esos ámbitos exclusivos que pensamos que las cosas de Dios necesitan para “no mancharse” y que en el fondo son lugares hechos a medida nuestra, para que nos miremos en el espejo de nuestra autosatisfacción. Entrar en una fiesta -en una Iglesia, en una misa- donde pueden entrar todos, justos y pecadores, como se dice, quizás sea al signo que hoy se necesita para “dar de nuevo” las cartas y comenzar otra partida, la de la Misericordia en la que todos tengamos de nuevo la oportunidad de experimentar lo que es el Corazón del Padre.

Diego Fares sj

Read Full Post »

Bajando con ellos y con una multitud de sus discípulos y una muchedumbre copiosa del pueblo, que había venido de toda Judea, de Jerusalén y de la región marina de Tiro y de Sidón para oírlo a Él y para que los sanara de sus enfermedades, Jesús se detuvo en un llano, y alzando los ojos hacia sus discípulos, dijo:
Bienaventurados ustedes los pobres, porque de ustedes es el reino de Dios.
Bienaventurados ustedes que ahora tienen hambre, porque serán saciados.
Bienaventurados ustedes, que ahora lloran, porque reirán.
Bienaventurados serán ustedes cuando los hombres los odien, y cuando los excluyan, los injurien y proscriban su nombre como malo por causa del Hijo del hombre. 

Alégrense ese día y salten de gozo, que su recompensa será grande en el cielo; porque de esta misma manera trataron a los profetas sus antepasados.

 En cambio,
¡Desdichados ustedes, los ricos, porque ya han recibido su consolación!
¡Desdichados ustedes, los que ahora están hartos, porque padecerán hambre!
¡Desdichados los que ríen ahora, porque tendrán aflicción y llorarán!

Ay, cuando hablen bien de ustedes todos los hombres, porque así fue como sus padres trataron a los falsos profetas! (Lc 6, 17.20-26). 

Contemplación

            Me quedaron resonando en el corazón las palabras del Papa Francisco en la audiencia del miércoles pasado, 13 de febrero. Fueron sobre el Padre nuestro y, más que decirlas, las dramatizó con preguntas, como se suele hacer en las clases de catecismo a los niños: “Hay una ausencia impresionante en el texto del Padre nuestro” -así comenzó diciendo-, y agregó: “Y si yo les preguntara cuál es la ausencia impresionante en el texto del Padre nuestro…? No les resultará fácil responder (…) Piénsenlo, qué falta? Una palabra. Una palabra por la que en nuestro tiempo (quizás siempre ha sido así) todos sienten una gran estima. Cuál es esa palabra que falta en el Padre nuestro que rezamos todos los días? (…) Falta la palabra «yo».

            Nunca se dice «Yo».  Jesús nos enseña a rezar teniendo en nuestros labios primero el «Tú», porque la oración cristiana es diálogo: «santificado sea tu nombre, venga a nosotros tu reino, hágase tu voluntad». No mi nombre, mi reino, mi voluntad. “Yo” no, no va. 

            Y luego pasa al «nosotros». Toda la segunda parte del Padre nuestro se declina en la primera persona plural: «Danos nuestro pan de cada día, perdónanos nuestras deudas, no nos dejes caer en la tentación, líbranos del mal». Incluso las peticiones humanas más básicas, como la de tener comida para satisfacer el hambre, son todas en plural. En la oración cristiana, nadie pide el pan para sí mismo:  dame el pan de cada día, no, danos, lo suplica para todos, para todos los pobres del mundo”.

            Acá me detuve, al sentir que las bienaventuranzas tienen el mismo espíritu que el Padre nuestro. De hecho el Papa decía el otro día en Santa Marta: “Para rezar el Padre nuestro de corazón hace falta vivir el espíritu de las bienaventuranzas”. Es el “odre nuevo”, el “estilo” comunitario que nos enseña Jesús, para poder vivir bien el contenido del evangelio. 

            Jesús no dice “feliz de ti, que eres pobre”, sino “felices ustedes, los pobres, porque de ustedes es el Reino de Dios”. Jesús nos ve, felices o desdichados, juntos. 

            Nadie es pobre solo, nadie tiene hambre solo. En una mesa donde hay muchos comiendo uno solo no pasa hambre. Quizás por eso a los pobres los van juntando entre ellos, para que vivan en villas miseria, en zonas más pobres, en países y continentes enteros más pobres. Siempre recuerdo a una familia amiga que vivía en la villa del barrio Sancalal, junto a las vías del Belgrano. Un plan de viviendas ofreció casas prefabricadas a unas cien familias por el lado de Trujuy y se fueron. Las casitas estaban lindas y el barrio bien demarcado. Pero me quedó grabado lo que dijo una mamá: “Acá no hay quién pedirle una taza de azúcar”. Estaba aislado y eran todos igual de pobres. Para comprar tenían que salir caminando por la ruta como tres kilómetros.

            Continuaba Francisco: “No hay que olvidarlo, en el Padre nuestra falta la palabra «yo». Se reza con el tú y con el nosotros. Es una buena enseñanza de Jesús. No se olviden. Por qué? Porque no hay espacio para el individualismo en el diálogo con Dios. No hay ostentación de los problemas personales como si fuéramos los únicos en el mundo que sufrieran. No hay oración elevada a Dios que no sea la oración de una comunidad de hermanos y hermanas, el nosotros: estamos en comunidad, somos hermanos y hermanas, somos un pueblo que reza, «nosotros».

Una vez el capellán de una cárcel me preguntó: «Dígame, padre, ¿Cuál es la palabra contraria a yo?» Y yo, ingenuo, dije: «Tú». «Este es el principio de la guerra -me dijo-. La palabra opuesta a “yo” es “nosotros”, donde está la paz, porque estamos todos juntos». Es una hermosa enseñanza la que me dio aquel cura”.

            Estoy haciendo la prueba en estos días de entrar en la oración usando el nosotros, como si rezáramos en grupo. Con distintos grupos. Me di cuenta (con el estremecimiento que provoca siempre que uno da un paso de conciencia y se da cuenta de lo ciego que ha vivido!) de que siempre he rezado diciendo “yo”. Es cierto que pido por los demás y que cuando digo yo lo hago diciendo “yo soy un pecador” y también “quiero ser mejor para los demás”. Pero el “yo” está ahí, como una estatua. Empecé a tratar de rezar usando el nosotros y en el primer “nosotros” en el que me sentí identificado fue este -amplísimo- de los pobres. Acá estamos Señor, los que te pedimos limosna hoy día… Y me hacía la composición de lugar de la fila que hacen los pobres para entrar al Hogar a la mañana, al desayuno y luego al almuerzo. Acá estamos, Señor: los pobres. Los que venimos a pedirte “danos la limosna de oración de cada día”. Cuando uno no hace fila, aunque esté en medio de una multitud, por ahí no se siente “nosotros”. Y en cambio, ponerse en fila nos constituye como “nosotros”. Y ese nosotros hace que nuestra hambre se modere a su ración, que no nos pongamos avarientos con el mensaje de la sociedad de consumo, que estimula hambres innecesarios, deseos de cosas que no podemos consumir. Felices los pobres que hacen fila y siendo ese “nosotros” se les sacia el hambre con su ración común y gozan “siendo parte” del Reino de Dios, en el que ninguno es solo yo sino que cada uno se siente con un solo corazón.

            Me decía un matrimonio amigo que fue a esta audiencia del “yo” y del “nosotros”, que el Papa pasaba saludando a los que estaban adelante y que “uno veía que había tanta gente y que él tenía que pasar rápido, y entonces uno elegía bien lo que le quería decir, lo más importante”. Cuando el Señor pasa, ese “nosotros” en el que uno está nos hace discernir lo importante y no andar dando vueltas. Estar en fila con los demás nos ayuda a discernir lo esencial, a elegir las palabras que nos importa comunicar.

            Otro “nosotros” en el que me pongo a rezar es el familiar. Sintiendo nuestras penas familiares comunes. Esto es algo que sale natural. Las lágrimas son familiares. No es que uno se tenga que hacer a la situación. Si uno ve llorar a sus hermanos, a su madre, a sus primos, se conmueve inmediatamente. El nosotros está inscrito antes que el yo en nuestra carne que es familiar. 

            La familia es ese nosotros que el Señor ve cuando dice “ustedes” y que nos enseña a declinar al rezar el Padre nuestro. El es el Padre de nuestra familia, antes que nada. En esa “habitación familiar” debemos entrar para estar a solas con Él, no aislados sino como el que reza por todos. El papa lo describía así: “Un cristiano lleva a la oración todas las dificultades de las personas que están a su lado: cuando cae la noche, le cuenta a Dios los dolores con que se ha cruzado ese día; pone ante Él tantos rostros, amigos e incluso hostiles; no los aleja como distracciones peligrosas. Si uno no se da cuenta de que a su alrededor hay tanta gente que sufre, si no se compadece de las lágrimas de los pobres, si está acostumbrado a todo, significa que su corazón ¿cómo está? ¿Marchito? No, peor: es de piedra. En este caso, es bueno suplicar al Señor que nos toque con su Espíritu y ablande nuestro corazón. «Ablanda, Señor, mi corazón». Es una oración hermosa: «Señor, ablanda mi corazón, para que entienda y se haga cargo de todos los problemas, de todos los dolores de los demás»”

            El nosotros familiar es el que debemos recuperar. Está tapado por el individualismo. Pero basta escarbar un poquito para que brote el agua fresca del manantial familiar. Rezar como hijo, como hijo pequeño en brazos de su madre, rezar como hermano, rezar como primo hermano, compañero de juegos. Qué extrañas posturas adoptamos a veces en la oración entendida como deber o, peor, como técnica! Jesús nos remite al “Abba” -papito- de la infancia, al hermanito y a la hermanita con quien se compartían los regalos y las tareas, al hijo mío que toca el corazón a la hora de responder a algún pedido. El nosotros familiar no permite que se convierta algo tan precioso como la oración en un bien más de consumo.

            “Podemos preguntarnos -prosigue el Papa-: cuando rezo, ¿me abro al llanto de tantas personas cercanas y lejanas?, ¿o pienso en la oración como un tipo de anestesia, para estar más tranquilo? Dejo caer la pregunta, que cada uno conteste. En este caso caería víctima de un terrible malentendido. Por supuesto, la mía ya no sería una oración cristiana. Porque ese «nosotros» que Jesús nos enseñó me impide estar solo tranquilamente y me hace sentir responsable de mis hermanos y hermanas”.

            Por fin, la bienaventuranza de las persecuciones, los insultos y las exclusiones. Salten de gozo, dice Jesús. Así trataron a los profetas. Ser profeta -que la palabra que uno dice y el testimonio que da, deje huella, le haga algún bien concreto a otros- es la gracia propiamente evangélica. La señal de que uno fue evangelizado (por un profeta de palabra eficaz y fecunda) es que uno la comunica y la anuncia también proféticamente, de manera que incide en la vida y deja marca. En este ámbito de la profecía, del martirio (porque se es profeta por el testimonio de vida y no solo porque uno habla o escribe) el nosotros adquiere una dimensión misteriosa. Impresionan los “compañeros mártires”, esos mártires que dan la vida en grupo, sin distinguirse quién era “más santo” o tenía tal cualidad. Es el hecho duro y neto de haber dado la vida junto con los demás el que hace a nuestros mártires santos la causa de que nos haya llegado al fondo del corazón la fe. Es la multitud de testigos la que transmite la fe. Testigos anónimos, que amaron y dieron la vida, sin reclamar nada para sí. Esta entrega constituye ese nosotros al que gozosamente nos sumamos. Silenciosamente nos sumamos, cada uno cuando le llega su tiempo. No hay otro orgullo más grande que el que se siente al poder formar parte de ese nosotros: uno más, en medio de nuestro pueblo. No entramos en este nosotros dichoso por ningún reconocimiento externo. Entra el que lo vive y lo goza de adentro, el que desea ser “nosotros”, el que se esfuerza interiormente por dejar de ser “yo, me, mi, conmigo” y ama sentirse uno más de los que “aman a Jesús aún sin haberlo visto”. Uno forma parte cuando busca sólo la ayuda y la aceptación del Señor, que es el que pronuncia ese “felices ustedes” y ese “vengan ustedes, benditos de mi Padre”, que justifican la vida. 

            No hay otro pecado para pedir perdón sino este -fundamental, clarísimo, inexcusable- de no estar a la altura de este nosotros. El pecado de ser solo “yo”. 

            No hay otra gracia para agradecer más que la de ser invitado -sin mérito alguno, por pura gracia- a formar parte de los que entran a este banquete y forman parte de este reino. 

Ir aprendiendo cada vez que digo “yo” a corregirme y agregar “nosotros” es la gracia. Nosotros los hombres. Nosotros los de nuestro pueblo. Nosotros los de nuestra familia. Nosotros… 

Dichosos nosotros, si apuntamos en esa dirección, enderezando el rumbo empecinadamente hacia un nosotros abierto, al que pueden venir a habitar todos los hombres de buena voluntad. Ay! de nosotros si vamos para el otro lado: para el nosotros que se achica y se encierra. 

Diego Fares sj

Read Full Post »

Queridos amigos de las Contemplaciones:
Salió el librito APESEBRAR EL CORAZÓN. Contemplaciones de Adviento.
Se puede conseguir en Kindle y leer en el celular. Son las contemplaciones de siempre y espero que ayuden.
Traté de poner el precio más bajo que me dejaban. También se puede «prestar» digitalmente a otros amigos y leer gratuitamente si uno está en kindle ilimitado.
El libro en papel se puede comprar pero es más caro y tardan en mandarlo. Por eso lo puse en digital. Salió con retraso y tiene sus defectos de edición -pero como el pesebre, basta si se lee con cariño.
Un cordial saludo a todos.
padre Diego
Si se ponen sobre este enlace y dan click y luego otro a lo que aparece abajo los llevará al Pesebre en amazon…

www.amzn.eu/2aZc7af

Mis «regalías» irán de limosna a los pobres -son pocas moneditas, pero valen-.

Read Full Post »

Jesús dijo a los judíos:

Yo soy el pan viviente que ha bajado del cielo.

Si alguien comiere de este pan vivirá para siempre,

Y el pan que Yo daré es mi carne para la vida del mundo.

Los judíos discutían entre sí, diciendo:

¿Cómo puede este hombre darnos a comer su carne?

Jesús les respondió:

Les aseguro que si no comen la carne del Hijo del Hombre

Y no beben su sangre, no tienen vida en ustedes mismos.

El que come mi carne y bebe mi sangre tiene vida eterna,

Y Yo lo resucitaré en el último día.

Porque mi carne es la verdadera comida y mi sangre la verdadera bebida.

El que come mi carne y bebe mi sangre permanece en mí y Yo en él.

Así como Yo que he sido enviado por el Padre Viviente,

vivo por el Padre, de la misma manera el que me come vivirá por mí.

Este es el pan bajado del cielo,

No como el que comieron sus padres y murieron.

El que coma de este pan vivirá eternamente.

Jesús enseñaba todo esto en la sinagoga de Cafarnaún (Jn 6, 51-59).

Contemplación

“Este hombre”. Discutían los judíos diciendo: cómo puede “este hombre” darnos a comer su carne? Verlo como un hombre común hacía que no le creyeran. Para nosotros, que Jesús pueda ser Dios siendo un hombre común nos lo acerca y nos maravilla. Nos abre el corazón y nos amplía la mirada a considerar otra manera lo que significa “ser hombres”, la dignidad del ser humano.

Y si reflexionamos sobre la Eucaristía, comulgar con Jesús Pan del Cielo no significa comulgar solo con Dios, no significa recibir algo divino, especial, único, celestial. También significa comulgar con el hombre, con algo humano, común, terrenal.

Cuando Jesús elige hacerse Pan, lo hace porque encuentra en el Pan algo que expresa la relación que Él tiene con el Padre y que quiere compartir con nosotros. Por un lado, encarna las cosas de Dios en medio de la vida cotidiana. Pero este es un camino de bajada y de subida: en el Pan vivo la vida cotidiana se vuelve espiritual, adquiere un significado fecundo y hondo.

Lo que quiero decir es que Jesús se hace pan humano y que el pan humano se hace Jesús.

El pan es alimento común, sencillo, diario. Pero en su sencillez tiene algo extraordinario, no es cualquier alimento.

Que el pan se pueda hacer Jesús significa que hay realidades humanas que, en su simplicidad, tienen algo más.

José y María eran personas sencillas, gente “de la puerta de al lado” como dice el Papa. Pero lo ordinario lo vivían “de modo extraordinario”. Y en esto consistía su santidad. Extraordinario no en el sentido de algo maravilloso o extraño, sino en el sentido de un “extra”, un plus de amor, de alegría, de fe, de espíritu de oración y de servicialidad con los demás.

Jesús durante su vida oculta era sencillo como el pan, pero la intensidad con que vivió sus años de Nazaret, fue algo extraordinario. Me gusta pensar que el Señor “inventó” sus parábolas en aquella época, viendo a su madre amasar el pan, con ese poquito de levadura que fermentaba toda la masa…Y que aprendió de su padre San José el modo de partir el pan que se convirtió en la característica de los cristianos.

El ser profundamente humano Jesús lo aprendió viviendo la vida cotidiana en su casa, en su barrio y en medio de su pueblo, como uno más. Por eso, en el pan de la Eucaristía podemos saborear y gustar los olores y las texturas de Nazaret, las relaciones simples de la gente de un pueblo pequeño con historia y con memoria.

En la comunión entramos en relación con Dios, pero estemos atentos: no se trata del Dios del Cielo sino del Dios que ha bajado del Cielo. Antes de “subir” a algún tipo de experiencia devota o mística, hay que aprender a bajar y comulgar con la Carne entregada y la Sangre derramada del Señor. Y antes de eso, antes de que pudiera entregarla y derramarla, la Carne y la Sangre del Señor crecieron y circularon por los días y las noches de Nazaret, caminaron y trabajaron codo a codo con la carne y la sangre de sus paisanos.

Comer la Carne que nos da “este hombre” es comulgar con lo más humano de Jesús. Comulgar con una vida de la que el evangelio no nos da muchos detalles no porque no se hubieran podido conocer sino por que eran tan comunes que cualquiera puede imaginarlos sin temor a equivocarse.

El Pan de Jesús tiene las cualidades simples y comunes de nuestra vida como hombres y mujeres de nuestro pueblo y de nuestro tiempo.

Señalo dos características de este Pan. Es un Pan que ha bajado del cielo. Comerlo gustando su verdadero sentido es comerlo “bajando”, al encuentro de los heridos que están al costado del camino que baja de Jerusalén a Jericó. Es verdad que es Pan del Cielo, pero es Pan bajado del Cielo. Nosotros solemos comerlo intentando subir, intentando tener deseos elevados. Y más bien se trata de comulgar animándonos a ir a lo más bajo hasta donde ese Pan ha querido llegar: comulgar con la carne de los más pobres, de los más desposeídos, de los que están abajo. No solo muy abajo sino también un poquito más abajo que nosotros. En clase social, en jerarquía, en saber, en cultura… en todo. Comulgar es gustar a Dios en lo más bajo.

La otra característica es también relacional: Jesús dice que si lo comemos viviremos por Él. Y -agrega- así como Yo vivo por el Padre.

El Padre es Pan para Jesús! Y por eso Jesús se hace Pan para nosotros. Pensar en que el Señor también comulgaba, nos hace bien. Pensar que cuando nos enseñó a rezar diciendo: “Padre nuestro… danos hoy nuestro pan cotidiano”, hacía referencia a su modo de estar en relación con el Padre, hace bien.

No es que nosotros tenemos que comulgar para tener vida eterna como si esta vida fuera un añadido, un suplemento alimentario. Jesús es Dios y su modo de serlo es “vivir por el Padre”. Comulgar, vivir por otro, alimentarse de otro, no es solo porque “carezcamos” de un bien, sino que es un modo de relacionarse de seres plenos que comparten su plenitud.

Cuando ya tengamos vida eterna seguiremos comulgando, eso quiero decir. La vida eterna el Señor la describe con la imagen del Banquete y eso significa que seguiremos comiendo y comulgando con Él, viviendo por Él.

El Jesús con el que comulgamos es un Jesús Pan que se alimenta del Pan del Padre, como hombre y como Dios. Me detengo en esto para complementar o para cambiar una imagen de la Eucaristía como algo inventado por Jesús para nosotros, algo que resulta un poco extraño. A los de su época, porque lo veían muy “este hombre” que conocemos, el hijo del carpintero, el hijo de María… A nosotros porque nos parece algo “especial”, algo que rodeamos de una liturgia particular y que sólo es para algunos, para los pocos que practican.

Pensar la Eucaristía como algo muy íntimo y propio de Jesús y del Padre, que nos quieren compartir, es muy consolador. La relación entre ellos es “Eucarística”. Jesús siempre está agradeciendo y bendiciendo al Padre y el Padre siempre está regocijándose en su Hijo predilecto. Ellos se comulgan entre sí. Al comulgar, nosotros nos hacemos semejantes a ellos. Y entonces sí, podemos convertirnos en pan para los demás. Vivir comulgando con otros. Todos de igual a igual, con la igualdad que da la mesa y el pan compartidos.

Diego Fares sj

Read Full Post »

En aquel tiempo, Jesús tomó consigo a Pedro, a Santiago y a su hermano Juan y se los llevó aparte a una montaña alta.

Se transfiguró delante de ellos, y su rostro resplandecía como el sol, y sus vestidos se volvieron blancos como la luz.

Y se les aparecieron Moisés y Elías conversando con él. Pedro, entonces, tomó la palabra y dijo a Jesús:

—«Señor, ¡qué bien se está aquí! Si quieres, haré tres tiendas: una para ti, otra para Moisés y otra para Elías».

Todavía estaba hablando cuando una nube luminosa los cubrió con su sombra, y una voz desde la nube decía:

—«Éste es mi Hijo, el amado, mi predilecto. Escuchadlo».

Al oírlo, los discípulos cayeron de bruces, llenos de espanto.

Jesús se acercó y, tocándolos, les dijo:

—«Levantaos, no temáis».

Al alzar los ojos, no vieron a nadie más que a Jesús, solo.

Cuando bajaban de la montaña, Jesús les mandó:

—«No contéis a nadie la visión hasta que el Hijo del hombre resucite de entre los muertos».

Contemplación

Escuchadlo!

Ese es el único mandato del Padre a Pedro, Santiago y Juan: que escuchen a Jesús.

Por qué? Por que es "su Hijo amado, su predilecto".

Qué supone el Padre en ellos, los testigos, para confiarles sus cosas así?

El supuesto general de la escena es que los discípulos saben que les está hablando Yahve, el Señor su Dios. Su voz les entra en el corazón como en casa propia.

Les dice que escuchen a su Hijo.

No hace falta que les mande directamente que lo obedezcan. En sus oídos habrá resonado el "Escucha Israel", que es el modo en que el Señor hablaba a su Pueblo.

El Padre se sitúa en ese lugar tan especial que es donde uno escucha a otro. Como cuando uno le dice a alguien "escucha esto" e insiste, escucha, como diciendo yo se que si escuchas te va a gustar, te va a convencer, te va a hacer bien.

Esto supone conocimiento y confianza en ellos, en su capacidad de discernir por ellos mismos la verdad de lo que les dice.

Para ellos, que sentían la amistad y predilección de Jesús, que los había llevado aparte con Él y se les había transfigurado, el argumento del Padre, que les habla de predilección y amor por su Hijo, los hizo sentirse identificados con Jesus.

La amistad del Señor con nosotros nace de su amistad con el Padre.

Este es el mensaje que está detrás de las palabras, como la nube que los cubre con su sombra -el Espíritu Santo-.

Que Jesus se transfigura fisicamente es el efecto de la transfiguración interior: se transfigura a sus ojos como predilecto y amado. Y esta revelación del porqué de su bondad -Jesus se muestra tan bueno porque es muy amado y ese amor que recibe redunda en beneficio de todos- les hace comprender lo que el Señor está haciendo con ellos al mostrarles su amor preferencial. Los esta consolando y fortaleciendo interiormente para que, sintiéndose muy amados, puedan consolar y hacer sentir lo mismo a los demás. Así se expandirá el cristianismo… Esta será la alegría del evangelio, la alegría del amor que los testigos transmitirán con su palabra y su vida.

Diego Fares sj

Read Full Post »

Older Posts »

A %d blogueros les gusta esto: