Noi, le pecore che Gesù chiama per nome (Pasqua 4 A 2020)

Come presentare coloro che parlano oggi nella contemplazione del Vangelo, secondo l’indicazione di s. Ignazio: «Guardare le persone e ascoltare ciò che dicono»?Avevo iniziato a scrivere immaginando che dicessero: «Siamo le pecore di cui Gesù parla nel Vangelo di oggi». E ho pensato che ad alcuni sarebbe apparsa una cosa negativa: «Ah, ora parlano anche le pecore!? Ci mancavano loro…».

«Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome» (Gv 10,1-10)

Far parlare è proprio della Parola. Di Gesù che è la Parola: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). Quando Lui parla, ascoltano il vento e le onde: «Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia» (Mc 4,39). Se a qualcuno infastidisce il fatto che una qualsiasi creatura lodi il Signore, Lui stesso afferma, come fece quando entrò in Gerusalemme: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19,40). Quando è Lui che ci chiama per nome noi, le pecore, rispondiamo ben volentieri.

Un pregiudizio contro noi pecore nasce non dal fatto che parliamo, ma da ciò che rappresentiamo nell’immaginario di alcune culture. Al tempo di Gesù eravamo qualcosa di prezioso. Nel mondo di oggi, invece, una squadra di rugby o di calcio mai ci userebbe come simbolo nello stemma.

Per capire chi davvero siamo bisogna ascoltare Gesù, ciò che Egli dice di noi. Lui si definisce come «il Pastore delle pecore» e noi siamo «le sue pecore». Pensiamo che il Signore ha voluto indicarci come esempio perché ci sono alcune cose in noi che mettono in luce le Sue migliori qualità. Quali?

Una, appunto, è quella di essere Pastore; un’altra è saperci guidare solo con la voce; una terza può essere quella di riuscire a mettere insieme molti che sono tra loro diversi. Anche l’immagine della pecora sulle sue spalle fa capire la sua grande misericordia verso i piccoli e gli indifesi come noi, e la sua grande tenerezza.

Ci sono tante cose belle che Gesù ha rivelato contemplandoci, noi pecorelle della sua terra! Ecco perché, anche se siamo come siamo, non ci facciamo scrupoli di sentirci chiamare «pecorelle di Gesù Buon Pastore». Se solo qualcuno provasse a mettersi nella nostra lana, a intrufolarsi in un piccolo gregge e a sentire il piacere di essere uno dei tanti – sconosciuto – insieme a tutti gli altri, vedrebbe che è una bella esperienza quella di sentirsi uno con tutti, piccolo come un agnellino.

Noi, le pecore del Vangelo, siamo come le altre pecore, in un piccolo gregge, che si sentono parte del grande gregge sparso in tutti i Paesi e attraverso tutti i tempi della storia. Siamo contente che Gesù ci definisca «coloro che ascoltano la sua voce». Siamo pecore come le altre e abbiamo una sola qualità: quella di tornare in gregge quando il Buon Pastore fischia per chiamarci.

Chi ha altre qualità resta molto sorpreso da questa nostra attitudine. Perché loro coltivano virtù che li differenziano, li separano, li distinguono. Non sanno quanto sia bello potersi unire in un attimo ad altre pecore molto diverse tra loro e, anche se solo per pochi giorni, formare un solo gregge sotto un solo pastore. È buffo vedere quanto alcune persone si innervosiscano quando ci vedono insieme apparentemente senza motivo, come se rispondessimo tutte insieme a un fischio inudibile per loro; e non riescono a gestirci, ad approfittarsi di noi per le loro statistiche.

Quando Qualcuno ci raduna, pensano che «quello» sicuramente sia un populista. O parlano con disprezzo di noi, ci sminuiscono dicendo che siamo sentimentaliste, delle «pecore» appunto, che per loro significa essere «senza coscienza critica»: un «gregge», che per loro è il contrario di essere persone. E invece non è cosi. Si può avere coscienza individuale e allo stesso tempo godere di essere una persona uguale ad altre. Ma noi le capiamo queste persone, non ci arrabbiamo.

Perché questa grazia di rimanere insieme e di sopportarsi a vicenda, senza richiamare un’attenzione speciale per ciascuna, non è qualcosa di spontaneo e che nasca all’improvviso.

In generale, tutte noi che ci raduniamo docilmente intorno al Buon Pastore siamo pecore «ritornate al gregge». Se ce lo chiedeste, scoprireste che quasi tutte noi abbiamo una storia di smarrimento, di ricerca e di ritrovamento. Moltissime di noi siamo state pecorelle smarrite che il Buon Pastore ha riportato a casa sulle sue spalle.

La grande maggioranza di noi non appartiene al gregge «ufficiale»: facciamo parte invece di quelle «altre pecore» che Gesù dice di avere e «che non sono di questo ovile». Afferma anche che Lui ci deve «guidare», e sa che noi ascoltiamo la sua voce; e che un giorno «diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10,16). Cioè, siamo quelle che nessuno ha mai riunito intorno a sé o è venuto a cercare, ma noi non abbiamo mai perso il desiderio o la nostalgia di essere insieme, e così, quando si presenta l’occasione, la cogliamo.

Conosciamo anche quei pastori che, pur non essendo affatto dei mercenari (Gv 10,12), hanno i loro piccoli interessi personali. Quando ci si avvicinano, noi non scappiamo, ma un po’ li evitiamo… Nessuno di questi pastori riesce a riunirci tutte insieme. Ed è proprio questo il segno della nostra comunione interiore: che nessuno che non sia il Buon Pastore ci può riunire tutte.

Noi sappiamo – in qualche modo lo sappiamo – che quando è Lui a fischiare, tutte riconosciamo la sua voce. Siamo le sue pecore, quelle che tremano di spavento insieme e sanno camminare insieme, al passo delle più piccole. Abbiamo un cuore solo e agiamo come un gregge, è vero. Ma Lui ci conosce e ci chiama a ciascuna per nome.

Papa Francesco ama riferirsi a noi come «il santo popolo fedele di Dio». E a noi questo piace tanto.

Diego Fares si