Emmaus e noi: l’altro discepolo (Pasqua 3 A 2020)

Negli Esercizi Spirituali, per la preghiera di contemplazione Ignazio ci dice di: “udire quello che dicono [le persone] e ricavarne qualche frutto” (EE 194).

«Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 32).

Sono l’altro discepolo di Emmaus.

Luca nomina solo Cleofa, ma il Signore si rivolge a noi due come se fossimo una cosa sola: ci chiede, ci sfida, ci spezza il pane e ci illumina insieme. Siamo entrati nella storia come i «discepoli di Emmaus», e anche se quella sera ha parlato solo Cleofa e ora qui parlo solo io, sempre usiamo il noi. Luca è stato colui che meglio si è reso conto di questo nuovo modo di procedere in comune che lo Spirito ha suscitato all’interno della nostra piccola comunità. Nel nostro incontro con il Signore Risorto, Egli anticipa quello che sarebbe poi diventato abituale nelle Atti degli Apostoli. Negli Atti le azioni e il linguaggio dei discepoli hanno sempre la forma del noi, tanto che a un certo punto essi diranno: «Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi…» (At 15,28)… Lo Spirito Santo e noi! Pensate un po’! Se qualcuno è interessato alle statistiche, posso dirvi che Luca è quello che usa più volte la parola noi: 21 volte nel suo Vangelo –di cui 3 nel racconto dei discepoli di Emmaus – e 57 volte negli Atti: in totale lo usa 78 volte sulle 300 volte complessive del Nuovo Testamento: in Luca tutto è noi.

Questo preambolo serve per dire che se qualcuno di voi vive il fatto che il mio nome non venga menzionato, e che si parli di noi, come un invito a sentirsi al mio posto, bene! Che sia benvenuto. Da quando abbiamo invitato il Signore nella nostra casa senza sapere che era Lui, l’ospitalità è diventata per noi fonte di speranza. La speranza di rivederlo risuscitato. Infatti, il nome del mio compagno esprime proprio questo: Cleofa significa «colui che vede la gloria». Quindi, se volete far parte della scena, nessun problema. Per noi, ogni straniero che entra nel nostro Vangelo e ci accompagna per un tratto di strada è Gesù stesso.

D’ora in poi userò il noi e spero che vi sentiate inclusi.

Quello che volevamo testimoniare con Cleofa è semplicemente la grazia che il Signore ci ha dato di «sentire e lavorare insieme». Ci aveva già mandato in missione in coppia, e questo ci aveva segnato: siamo rimasti compagni per sempre. Siamo stati anche compagni di delusione, come si vede dal fatto che abbandonavamo la comunità insieme. E Lui è venuto a cercarci entrambi.

Si vede che al Signore piace chiamare a due a due, mandare a due a due, riunire due nel suo nome per pregare… Si tratta di un due che diventa rapidamente tre: «Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro» (Mt 18, 19-20). È così. È un due aperto, un incontro a due per formare una famiglia, per diventare una comunità.

Beh, proprio la comunità era il nostro problema. Gesù ci ha sorpresi a parlare in modo sfacciato della comunità. Come è stato possibile che i «nostri»sommi sacerdoti e i «nostri» capi lo avessero condannato? E il nostro gruppo? Quanto era doloroso vedere germogliare già al suo interno i semi della dissoluzione! Che altro poteva significare il fatto che alcune delle donne che erano in cammino con noi, non vedendo il corpo del Signore, avessero cominciato a vedere visioni di angeli, e che alcuni dei nostri le abbiano creduto e altri no? Abituati a camminare uniti intorno a Lui, abbiamo visto come la disunione cominciava a prendere radici; e non volendo essere complici, come di solito accade, ce ne siamo andati, contribuendo però ad aumentare proprio quella divisione che temevamo. Che mistero, no? Mentre dicevamo di voler formare una comunità e prendercene cura, l’abbiamo fatta a pezzi.

Ma avevamo un rimpianto profondo, ed era rivolto a Lui. Avevamo sperato in Lui e ora non lo vedevamo. E senza di Lui nessuna comunità è possibile:questo ci era chiaro e credo che sia ancora valido per tutti. Senza di Lui, non c’è gruppo che possa resistere. Senza di Lui, il pio ricordo di ciò che abbiamo vissuto insieme non è altro che nostalgia senza futuro. Senza di Lui, il misticismo della comunità diventa presto politica, come per i nostri Sadducei; o finisce per essere puro ritualismo e burocrazia – una comunità di tombe imbiancate a calce – come per i nostri Farisei.

Non sapevamo cosa sarebbe successo alla nostra comunità, ma non volevamo rimanere nei paraggi per scoprirlo. Per questo ce ne siamo andati. Abbiamo visto il problema della comunità in modo così chiaro che i nostri occhi sono diventati velati di tristezza fino al punto di non essere in grado di riconoscere il Maestro quando lui stesso si è messo accanto a noi sulla strada. Era un semplice viandante, senza niente di speciale, se non quella naturalezza con cui si è avvicinato a noi e ci ha fatto parlare dal cuore…

Questa è stata la cosa più profonda che abbiamo scoperto più tardi, quando abbiamo ricordato l’ardore che ci ha infuocato il cuore come un piccolo pezzo di brace: proprio nel punto del nostro cammino in cui la disillusione per la comunità diventava lucida, proprio lì, dove i nostri occhi credevano di poter vedere più chiaramente cos’è la vita, si è avvicinato a noi – come a due ciechi – Colui che illumina tutto. E prima di darci Lui la luce, ha acceso in noi quell’ardore, e ci ha fatto capire che per «vedere la sua gloria» erano stati necessari quei tre giorni di passione. Noi, con la grazia della sua vicinanza, abbiamo assorbito tutto e quindi, seppur ciechi, abbiamo dialogato con lui; e un impulso irresistibile ci ha indotto a invitarlo a restare a casa.

Prima di vederlo lo abbiamo ascoltato, prima di riconoscerlo lo abbiamo ospitato, prima di capirlo «lo abbiamo assaggiato», quando ha spezzato il pane per noi. Questo suo modo di entrare di nuovo nella nostra vita, facendo appello solamente al dialogo, all’ospitalità e alla fede, ci ha illuminatola via del ritorno alla comunità.

Siamo tornati alla comunità pronti a camminare con gli altri, aperti all’ascolto, disposti a condividere prima di discutere: siamo tornati di corsa alla comunità.

Abbiamo fatto fare al Signore gli «straordinari». È vero che noi figli prodighi tiriamo fuori il meglio dal cuore di Dio, la sua divina misericordia. Ma con tanti prodighi e piccoli che si perdono nel mondo, il ritorno alla comunità deve essere rapido, in modo da poter uscire insieme a cercare altri che ne hanno bisogno. Vi confessiamo che il nostro modo di stare in comunità, da quel momento è stato un puro essere disponibili: ad andare dove i più anziani ci mandano e a fare ciò che serve per aiutarli. Non ci siamo più fatti coinvolgere da nessun lotta interna. Non ci facciamo più prendere da discorsi senza speranza.

Siamo diventati il tipo di persone che «tutto credono, tutto sperano, tutto sopportano…». Alcuni ci vedono come degli ingenui. Ma noi sorridiamo interiormente perché sappiamo cosa significhi essere di nuovo sulla strada che porta lontano dalla comunità. E ci piace considerarci «di seconda classe», poter essere, all’interno della grande Comunità, parte di «coloro che sono tornati», delle pecore smarrite che sono state ritrovate, dei peccatori che sono stati perdonati, degli scettici che poi si sono fidati, di coloro che prima hanno dato ordini e che ora vogliono obbedire. Speriamo che questo ritorno sia ben compreso: non ci ha reso più «scafati», ma più obbedienti.

Diego Javier Fares S.I.

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