Tommaso: se non vedo insieme agli altri, non vedo. La nota spirituale de «La Civiltà Cattolica». LA CIVILTÀ CATTOLICA ·DOMENICA 19 APRILE 2020·

“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi (…) io non credo” (cfr. Gv 20, 25).

Sono Tommaso.

Già altri mi hanno dato voce. In un bel testo di Martin Descalzo – Siempre es viernes santo (1963) – mi sono definito «l’uomo che si dimenticava di credere». Mi spaventava che, col passare del tempo, dopo la partenza del Signore, pensavo sempre meno a Lui; finché una notte mi sono reso conto che era passata un’intera giornata senza aver ricordato Gesù almeno per un istante, occupato come ero a pensare alle cose del giorno…

Oggi vorrei parlare dei segni che mi hanno aiutato a credere.

I segni! È tutta una questione di segni (una questione di linguaggio, come dite voi). C’è sempre qualcosa che fa la differenza, un dettaglio che per qualcuno diventa il segno di qualcos’altro…

Per me i segni erano le piaghe. Non so per gli altri. E il Signore ha approfittato del mio caso per lasciare una lezione che si addice a tutti: «Beati quelli che non hanno visto, e hanno creduto» (Gv 20,29).

Poiché ho riflettuto molto su questa misteriosa frase del Signore, vorrei condividerla con voi, nel caso in cui qualcuno trovi utile la mia esperienza. Perché è di questo che si tratta: del valore di ciò che si vive. Ossia, se si deve prima sperimentare per credere. O è il contrario?

Qualcuno ha pensato che il Signore lodi coloro che hanno una fede senza segni, una «fede pura»? Non credo sia giusto pensarla in questo modo. È vero che il Maestro rimproverava sempre un po’ le richieste di segni: «Se non vedete segni e miracoli, voi non crederete» (Gv 4,48). Ma rimproverava i farisei.


Agli umili il Signore faceva i miracoli che gli chiedevano. E se li ammoniva un po’, era per incoraggiarli ad avere più fede. Chi meglio di Gesù ha capito il nostro bisogno di segni? Non è Lui «l’immagine visibile del Dio invisibile»? (Col 1,15). Il Verbo che si è fatto carne per poterlo vedere e toccare?

Credo che la questione stia nel tipo di segni e nel modo in cui vengono richiesti. Cerchiamo segni straordinari… E il Signore ci ha riempito di segni quotidiani del suo amore.

In questo senso, vi dico che non sbagliavo a cercare un segno nelle sue piaghe. Era infatti il segno che il Signore aveva mostrato: le ferite luminose delle sue mani, dei suoi piedi e del suo costato. Il problema con me era un altro. Come dire… il problema stava nel fatto che ero «sfasato», non ero al passo con la comunità.Era una questione di tempi. Quando il Signore ha mostrato le sue ferite, quando è tornato dallo Sheol e ha soffiato su di essi lo Spirito che perdona i peccati, quando ha dato loro la pace… io non ero con la comunità. E siccome i segni cambiano – come cambia il modo di dire le stesse cose quasi quotidianamente – il problema era che chiedevo di vedere segni che erano già nel passato. Non solo perché il Signore li aveva già mostrati, ma, ancora più profondamente, credo, perché mi muovevo nel raggio della mia percezione individuale, mentre il Signore aveva riunito i miei fratelli in un unico gregge, e loro si erano già mossi nel regno dei segni comuni. Non erano più un gruppo, erano l’Assemblea, la Chiesa, come dite voi, dove l’esperienza di fede e di carità è «comunitaria».

A ben vedere, il mio linguaggio era «io», «il mio dito», «i miei occhi», «la mia mano». Invece, il linguaggio dei miei fratelli era già: «Abbiamo visto il Signore». (Gv 20,25).

Perdonatemi se insisto, ma essendo stato il primo cristiano diffidente, sento che quello che ho sperimentato può aiutarvi, dato che il vostro tempo è piuttosto diffidente in materia di fede. Vediamo se riesco a esprimerlo bene, perché è importante credere «senza vedere», credere «al di là di ciò che si può sperimentare psicologicamente», «credere vedendo con gli occhi degli altri testimoni», «credere in comunità».


Così importante che è una delle due beatitudini che Giovanni pone. La prima beatitudine benedice l’azione, la pratica. Il Maestro lo pronunciò dopo averci lavato i piedi: «Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica» (Gv 13,17). Il servizio è un segno dell’amore di Gesù. L’altra beatitudine è la mia (o meglio quella che mi è stata comunicata in forma di rimprovero perché gli altri la ricevessero come benedizione): «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». È la beatitudine che benedice la fede. Benedice un modo di interpretare i segni con fede, come segni dell’amore di Gesù. E siccome tutta la nostra vita è fatta di segni da interpretare, chi impara a leggerli bene sarà molto felice, come Maria.

Chi non lo fa, vivrà quello che ho vissuto io quella terribile settimana: fuori controllo, rivendicando ciò che mi era già stato dato, cieco davanti alla luce, assetato accanto alla fontana dell’acqua viva, solo e isolato in mezzo alla comunità dei beati… Senza mai finire di capire che il Signore mi aveva già detto tutto; cioè, che si trattava di passare all’altra beatitudine: quella dell’amore messo in pratica, come dirà poi Pietro nella sua bella lettera a tutti quelli che verranno dopo di noi: «Voi che amate Gesù senza averlo visto» (1Pt 1,8).

Bene, questo è quello che volevo condividere con voi. Se guardate bene, la mia ultima apparizione nel Vangelo sarà in comunità, accanto a Simon Pietro e agli altri, andando a pescare insieme sulla barca, in attesa di un altro segno del Signore risorto (Gv 21,2). La frase di Giovanni – «I discepoli non hanno osato chiedergli: “Chi sei tu? Perché sapevamo che era il Signore”» – la scrive per me. Il fatto è che la mia ricerca di segni era diventata più matura: è passata dal regno delle ferite individuali e dalla portata delle mie dita e delle mie mani, al regno del lavoro apostolico in mezzo alla mia comunità.

Diego Fares S.I.

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