Il servo non è più grande che il suo Signore (Giovedì santo 2020)

«In verità, in verità vi dico: non è più servo del suo Signore” (Gv 13, 1 ss.).

         In questi giorni, tra le tante commoventi testimonianze della gente, ce ne sono state due che voglio condividere e che hanno a che fare con la frase di Gesù: «Vi dico la verità, il servo non è più grande che il suo Signore». 

Il Signore sempre parla sul serio, ma qui dice questa verità dopo aver dato l’esempio con un atto insolito, affinché fosse registrato per sempre: Lui è venuto per servire.

La prima testimonianza è di una persona comune che mi ha fatto capire quanto sia essenziale il servizio, mostrandomi in una frase l’altra faccia della medaglia.

Non sei più il proprietario di nulla

Lunedì 30 marzo Marco Mennini, 57 anni, cittadino di Piombino, che stava per diventare nonno, è morto di coronavirus. Un suo amico giornalista, Alessandro, ha condiviso l’ultima cosa che Marco ha scritto su Facebook dall’ospedale di Livorno: «Avrei voluto mettere #nonhopaura sotto questa foto. Un po’ come quando pensi che non tocca a te, non può toccare a te. Perché? Eccheccazzo guarda quanti siamo. Poi la sveglia ti riporta con i piedi per terra. Tutto all’improvviso diventa del colore blu ghiaccio di quelle persone che fino a ieri avevi visto nei film. Da un minuto ad un altro non sei più proprietario di niente”.

Mi sono commosso: con questa frase: «non sei più proprietario di niente «.

È l’altro lato di una verità: che se c’è qualcosa che possiamo sempre è «essere servitori».

Gesù ha fatto tutto per servizio

L’altra testimonianza è stata quella del Papa la Domenica delle Palme. Nella sua predica ha sottolineato il fatto che Gesù ha fatto tutto per servirci. Non solo lavare i piedi, ma anche «vivere le situazioni più dolorose per chi ama, come il tradimento e l’abbandono». Vivere questo era un servizio che voleva rendere a noi. 

Il servizio di portare in sé e mettere in croce i nostri tradimenti, perché nessuno si senta scoraggiato. Guardandolo sulla croce possiamo dire: «la mia infedeltà è lì (sulla tua croce), Tu l’hai portata, Gesù. Tu mi apri le braccia, mi servi con amore… Ecco perché vado avanti!” 

Lo stesso vale per l’abbandono. Il Papa ha notato che il Signore è stato abbandonato da tutti, ma ha sempre avuto il Padre. E ha voluto sperimentare anche lui questo strano abbandono. Per noi, per servirci. «Così che quando ci sentiamo tra la spada e il muro, quando ci troviamo in un vicolo cieco, senza luce e senza via di fuga, quando sembra che nemmeno Dio risponda, ci ricordiamo che non siamo soli.

Punto per punto il Papa ha declinato tutti gli atti e i gesti di Gesù in termini di «servizio». Non ha sottolineato il dolore che ha sofferto, ma piuttosto che il dolore sofferto dal Signore è stato perché ci servisse nel nostro dolore e imparassimo a soffrire servendo gli altri. «E, davanti a Dio che ci serve fino a dare la vita, chiediamo la grazia di vivere per servire. Proviamo a contattare chi soffre, chi è solo e bisognoso. Non pensiamo tanto a ciò che ci manca, ma al bene che possiamo fare». 

E ai giovani ha detto: «Cari amici, guardate i veri eroi che stanno venendo alla luce in questi giorni. Non sono quelli che hanno fama, denaro e successo, ma quelli che si danno per servire gli altri (…) La vita è un dono che si riceve donando sé stessi, e la gioia più grande è dire di sì all’amore, senza condizioni o «ma». Come Gesù ha fatto per noi».

Il servizio tra due desideri: quello del proprietario e quello del cliente

Ciò che è ammirevole in Francesco è che quello che dice è qualcosa che pratica ogni giorno. Da quando lo conosco (1975), l’ho sempre visto concentrarsi sui servizi concreti che è chiamato a brindare. È una persona che fa quello che fa servendo. 

Servire, metaforicamente, è dedicarsi interamente a soddisfare il desiderio dell’altro. Il buon servizio è quello che tiene conto di ciò che il Signore comanda e di ciò che vuole colui che viene servito. Perciò la preghiera fa parte di un buon servizio, tanto quanto «inculturarsi» o «farsi tutto a tutti», adattando il bene a ciò che l’altro può ricevere. 

Servire è come il verbo ausiliario che definisce tutti gli altri. Per questo sant’Ignazio ci ricorda che il nostro principio e fondamento è: che siamo creati «per» servire. Anche l’adorazione e la lode sono servizio. C’è un motivo per cui la recita del Breviario si chiama «ufficio divino» (officium indica lavoro, dovere e anche servizio) e la Messa è «servizio sacerdotale». 

La tentazione di enfatizzare

Una delle tentazioni contro il servizio che noi cristiani «con qualche ufficio» nella Chiesa sperimentiamo (non faccio distinzione tra uffici cardinalizi o segretariali, perché il clericalismo ci si attacca a tutti) è quella di «enfatizzare» (overact)

La tentazione di «enfatizzare» deve essere ben discernita, perché non sembra grave come l’egoismo, ma allontana e raffredda molti. L’esagerazione è un segno inequivocabile di «clericalismo».

È molto umano «farsi vedere», voler «giocare il ruolo di protagonista», «esagerare un po'». Tuttavia, nelle cose che sono di per sé buone, belle e vere, funziona la regola che dice: «meno è più». 

Tralasciando le esagerazioni liturgiche che sono un po’ ovvie, se ci concentriamo sulla predicazione, possiamo vedere che abbiamo «esagerato» presentando alcuni valori e condannando certi tipi di peccati, tralasciando l’essenziale, che è la misericordia o la mancanza di essa.

Questo momento in cui la pandemia mette quasi tutto tra parentesi, ci apre un varco per ripensare all’essenziale: il servizio, senza esagerare.

Come dice il Papa: «Il dramma che stiamo vivendo ci costringe a prendere sul serio ciò che conta, a non perderci in cose insignificanti, a riscoprire che la vita è inutile se non viene servita. 

Diego Fares sj

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